Analizziamo brevemente gli effetti dell’ipotetico aggravio economico.
Per ora sembra scongiurata, ma cosa accadrebbe se aumentasse l’Iva?
Data la sua importanza, l’aumento dell’Iva è oggetto di attenzioni e dibattiti anche in questi giorni. Il Governo stesso, nelle ultime ore, anche perché impegnato nella stesura della nuova manovra di bilancio e sollecitato dalle forze politiche di maggioranza, ha confermato che questo scenario economico sarà evitato.

Ma se da un lato abbiamo una realtà da più parti sostenuta, dall’altra è comunque necessario focalizzare l’attenzione sullo scenario opposto, ad ora esclusivamente ipotetico, ponendoci e provando a dare risposta ai seguenti quesiti: Cosa accadrebbe realmente se aumentasse l’Iva? Quali sarebbero i suoi effetti su famiglie e imprese?
“L’imposta sul valore aggiunto”, in acronimo IVA, è un’imposta adottata da sessantotto Paesi nel mondo, tra i quali anche gli Stati membri dell’Unione Europea, e applicata sul valore aggiunto di ogni fase della produzione, di scambio di beni e servizi. In Italia il suo valore normale è: del 22%; del 10% per i prodotti turistici, alcuni prodotti alimentari e particolari opere di recupero edilizio; del 5% per le prestazioni sociali, sanitarie o educative delle cooperative sociali; del 4% per i generi alimentari di prima necessità, stampa e libri, opere per l’abbattimento delle barriere architettoniche, sementi e fertilizzanti.
Secondo le stime del “Sole 24 Ore”, se davvero dal prossimo primo gennaio 2020 l’Iva aumentasse su ogni famiglia graverebbe una nuova tassa che si aggirerebbe intorno a 538 euro circa. I maggiori interessati sarebbero i liberi professionisti e gli imprenditori della Lombardia e del Trentino, su cui graverebbero aumenti rispettivamente di 658 e 654 euro.
Forte sarebbe l’impatto anche in Emilia Romagna e in Veneto, mentre le regioni meno interessate sarebbero la Calabria e la Campania che subirebbero una crescita di 2 punti percentuali di spesa sul bilancio familiare annuo.
A risentirne di più dell’Iva aumentata sarebbero poi coloro che vivono nelle grandi aree metropolitane, mentre si salverebbero gli abitanti residenti nei piccoli centri urbani sotto i 50mila abitanti. La ragione è da spiegarsi nel diverso potere di spesa delle famiglie.
Le aliquote Iva interessate dall’ipotetico rialzo sarebbero due. I beni e i servizi che potrebbero essere coinvolti dal passaggio dal 10 al 13% sono: carne, pesce, prodotti di pasticceria, ma anche legna da ardere; gas e luce a uso domestico, acquisto o ristrutturazione di abitazioni, spettacoli teatrali e strutture alberghiere. Il passaggio dell’aliquota dal 22% al 25,2% riguarderebbe, tra cui, invece, beni come vino, abbigliamento, calzature, elettrodomestici, mobili, auto, servizi e prodotti per la cura personale. Si tratterebbe, dunque, di beni e servizi di utilizzo quotidiano il cui rincaro andrebbe soprattutto a gravare sulle famiglie, in modo speciale quelle numerose, con un rincaro calcolato di circa 734 euro l’anno.
Di diversa opinione sono invece l’Istat e Bankitalia che dall’aumento dell’Iva prevedono un possibile effetto depressivo sui consumi soltanto dello 0,2%, ritenendo che l’effetto recessivo sui consumi stessi sia più che altro su base ciclica e non strettamente correlato all’aumento dell’Iva.
Per ora dunque solo una remota ipotesi, che rende però necessario un suo approfondimento anche solo per meglio conoscere comunque questo argomento di pubblico dominio.









