L’allarme di Confcommercio: negozi chiusi, borghi sempre più poveri di servizi e un patrimonio economico inutilizzato. Il commercio di prossimità rischia di scomparire, mentre cresce la richiesta di interventi per restituire vitalità alle città e ai piccoli centri.
Italia, si spengono le vetrine: quasi mezzo milione di locali commerciali sfitti –
Saracinesche abbassate, vetrine vuote e intere strade che perdono progressivamente la propria identità commerciale. È un fenomeno che attraversa l’Italia, dalle grandi città ai piccoli borghi, e che sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti. Non si tratta soltanto di attività economiche che scompaiono, ma di una trasformazione che coinvolge la vita quotidiana delle comunità, i rapporti sociali e la stessa vivibilità dei territori.

A lanciare l’allarme è Confcommercio, che attraverso un’analisi realizzata in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne fotografa una situazione particolarmente delicata: nel 2023 risultavano 467.103 locali commerciali sfitti, mentre le stime relative al 2025 indicano oltre 460mila spazi inutilizzati.
Numeri che raccontano un’Italia nella quale il commercio tradizionale fatica a sopravvivere e dove, soprattutto nei centri più piccoli, anche acquistare beni di prima necessità può diventare complicato.
NON CHIUDONO SOLTANTO I NEGOZI, SI SPENGONO LE COMUNITÀ
Dietro ogni saracinesca abbassata non c’è soltanto un’attività che interrompe il proprio percorso. C’è spesso una famiglia che perde una fonte di reddito, un quartiere che rinuncia a un punto di riferimento e una comunità che vede progressivamente ridursi i propri servizi.
Le difficoltà interessano numerose categorie: dalle mercerie ai piccoli alimentari, dalle panetterie ai negozi di frutta e verdura, fino alle attività di abbigliamento, calzature e articoli per la casa.
Particolarmente delicata è la situazione dei borghi e dei piccoli comuni, dove la chiusura di un esercizio commerciale può significare la scomparsa dell’unico servizio disponibile per chilometri.
Il fenomeno, definito desertificazione commerciale, assume quindi una dimensione che va ben oltre quella economica, trasformandosi in una questione sociale e territoriale.
Per gli anziani, per chi non dispone di un’automobile e per le famiglie che vivono nelle aree meno collegate, la perdita dei negozi di vicinato può rappresentare un ulteriore elemento di isolamento.
AFFITTI E COSTI DI GESTIONE: UN SISTEMA SEMPRE PIÙ FRAGILE
A rendere ancora più complesso il quadro contribuisce il mercato immobiliare.
Secondo Confcommercio, nel 2026 soltanto il 36,6% degli esercizi del commercio al dettaglio opera in immobili di proprietà, mentre il restante 63,4% utilizza locali in affitto.
La percentuale cresce ulteriormente nelle principali città italiane, tra cui Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova, Palermo, Bologna e Firenze, dove quasi sette negozi su dieci sono in locazione.
Una condizione che espone molti commercianti all’aumento dei canoni, alle spese di gestione e alle oscillazioni del mercato.
Nel Lazio la situazione appare particolarmente significativa: soltanto il 31,5% dei negozi risulta di proprietà, la percentuale più bassa tra le regioni considerate dall’indagine.
A queste difficoltà si aggiungono i cambiamenti nelle abitudini dei consumatori, la crescita degli acquisti online e la progressiva trasformazione dei centri urbani.
UN COSTO ECONOMICO CHE SUPERA I 4 MILIARDI L’ANNO
La desertificazione commerciale produce conseguenze rilevanti anche sul piano economico.
Secondo le stime elaborate da Confcommercio e dall’Istituto Tagliacarne, il mancato utilizzo degli immobili commerciali determina una perdita potenziale di redditi da locazione valutata complessivamente in circa 53 miliardi di euro nel periodo analizzato, equivalenti a una media di 4,4 miliardi di euro all’anno.
Si tratta di una stima del valore degli affitti non realizzati, non di una perdita diretta di prodotto interno lordo.
Il dato evidenzia comunque quanto il patrimonio immobiliare inutilizzato rappresenti una risorsa economica che non riesce a essere valorizzata.
Ma il costo più difficile da quantificare rimane quello sociale: meno attività significano meno opportunità di lavoro, minori occasioni di incontro e una progressiva perdita di attrattività dei territori.
L’APPELLO DI CONFCOMMERCIO AL GOVERNO
Di fronte a questa situazione, il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha richiamato l’attenzione delle istituzioni sulla necessità di intervenire con strumenti concreti.
La richiesta rivolta al Governo è quella di destinare risorse adeguate ai Comuni per sostenere le economie di prossimità, favorire l’apertura di nuove attività e recuperare gli spazi commerciali inutilizzati.
L’obiettivo non è soltanto quello di riaccendere le insegne, ma di ricostruire un tessuto economico e sociale capace di offrire servizi, opportunità e prospettive alle comunità locali.
Un intervento che potrebbe assumere particolare importanza nei territori caratterizzati da spopolamento, invecchiamento della popolazione e progressiva riduzione delle attività tradizionali.
IL FUTURO DEI BORGHI PASSA ANCHE DALLE PICCOLE BOTTEGHE
La sfida riguarda il futuro stesso delle città italiane.
Negli ultimi anni si è parlato molto di valorizzazione dei borghi, turismo sostenibile, recupero dei centri storici e rilancio delle economie locali. Tuttavia, senza una rete commerciale capace di garantire servizi essenziali, anche i progetti di riqualificazione rischiano di perdere efficacia.
Un centro storico può essere restaurato, una piazza può tornare a splendere, ma se intorno mancano negozi, attività e servizi quotidiani, diventa difficile restituire a quei luoghi una reale vitalità.
Servono dunque politiche capaci di sostenere le nuove imprese, favorire il ricambio generazionale, incentivare il riutilizzo degli immobili e rendere economicamente sostenibile il commercio di vicinato.
La questione non riguarda soltanto la sopravvivenza delle piccole attività, ma anche il modello di società che si intende costruire.
Perché quando chiude un negozio non si spegne soltanto una vetrina: si perde un luogo di incontro, una relazione umana e, spesso, un piccolo pezzo dell’identità di una comunità.
E proprio da quelle saracinesche oggi abbassate potrebbe partire una nuova stagione di rilancio per i territori italiani.








