Intervista ad Alessandro Conti, ricercatore di Etruscologia della Sapienza, in occasione di “Pyrgi Archeo Clean Up”. Dalle mareggiate al coinvolgimento dei cittadini e dei volontari nella cura del sito: “L’area archeologica di Pyrgi è un bene della comunità”
di Giovanni Zucconi
Pyrgi, il mare minaccia i templi. Auspicabile una collaborazione con i volontari per la loro protezione.

“Questo è un bene pubblico, è un bene della comunità”. Alessandro Conti lo dice parlando di Pyrgi e della possibilità di coinvolgere i cittadini nella sua cura. Un patrimonio del nostro territorio che deve fare i conti con le mareggiate, con l’acqua che sommerge i templi e con la patina salina che lascia sulle strutture quando si asciuga.
Alessandro Conti è ricercatore di Etruscologia alla Sapienza Università di Roma. A Pyrgi lavora dal 2004. Con lui abbiamo parlato della tutela di questo luogo, e del rapporto tra archeologi e volontari. Un rapporto che può dare molto al territorio, ma che richiede chiarezza sulle competenze e sui rispettivi ruoli.
Lo abbiamo intervistato ieri a Santa Severa, in occasione di “Pyrgi Archeo Clean Up”, la giornata di ripulitura dell’area dei templi del santuario del porto etrusco di Cerveteri. Aperta ai volontari e condotta insieme agli archeologi della Sapienza.

Conti, come nasce questa iniziativa?
“Nasce nell’ambito di quelle attività che definiamo di “terza missione”: aprire le nostre ricerche alla comunità locale e renderla partecipe di quello che facciamo. Organizziamo visite guidate e, durante la campagna di scavo, apriamo il cantiere al pubblico due giornate a settimana. Le persone possono vedere direttamente come lavoriamo sul campo.
Con questa iniziativa vorremmo coinvolgere un numero maggiore di persone e sensibilizzarle sulla realtà fragile che è ormai Pyrgi. Cercheremo di replicarla, forse nelle prossime campagne di scavo”.
Un suo collaboratore mi stava accennando ai danni provocati sul sito archeologico dall’erosione marina. Quanto è grave il problema?
“Pyrgi è un sito sempre più minacciato dall’erosione marina e, indirettamente, dal cambiamento climatico. Durante l’inverno le mareggiate sono sempre più intense e si portano via pezzi dell’area archeologica.
L’area viene completamente allagata e i templi vengono sommersi. In parte anche per la risalita delle acque marine dal basso, ma soprattutto per il mare che avanza. Quando poi l’acqua si asciuga, durante la primavera e l’estate, lascia i templi ricoperti da una patina salina, ancora visibile, che rischia di rovinare le strutture. La giornata di oggi vuole sensibilizzare anche su questo problema, sulla tutela ambientale del sito».
Si stanno studiando delle soluzioni per proteggere i templi?
“La Soprintendenza da anni sta cercando di individuare sistemi per drenare le acque durante l’inverno. Si sta ragionando anche su delle coperture, ma siamo ancora in una fase di studio, neppure progettuale. La vicinanza al mare rende tutte le opere destinate alla copertura e alla conservazione dei templi molto complesse da realizzare e molto costose. Bisogna trovare un giusto compromesso”.


Che cosa sperate di ottenere dal coinvolgimento dei cittadini con iniziative come queste?
“Che le persone che abitano tra Cerveteri, Ladispoli, Santa Marinella e Santa Severa comincino a pensare che questo è anche il loro patrimonio, come lo è da sempre, e che possono prendersene cura.
Vorremmo mostrare come l’area potrebbe essere trattata, per esempio nei mesi primaverili, quando cambia volto: l’acqua del mare si ritira e cresce la vegetazione infestante. Far vedere come sarebbe possibile fare di Pyrgi un vero parco archeologico aperto alla comunità, della cui cura la comunità locale si faccia carico.
Questo è patrimonio dello Stato italiano, quindi è patrimonio di tutti. Il fatto che qui scavi la Sapienza non significa che Pyrgi sia della Sapienza. È un bene pubblico, un bene della comunità”.


C’è spazio per una collaborazione con i gruppi di volontariato archeologico organizzati?
“Ci abbiamo pensato molte volte. Ci sono problemi soprattutto di natura amministrativa che, secondo me, con un po’ di buona volontà si possono risolvere facilmente.
Avere l’ausilio di volontari che operano all’interno di associazioni organizzate può essere utile. Molti di loro hanno occhio e attenzione.”
Quali sono le condizioni affinché questa collaborazione funzioni?
“Deve svolgersi sotto l’egida di uno o più archeologi, rispettando le regole del Ministero e quelle del buonsenso. Ognuno deve stare al proprio posto, sulla base del titolo di studio. Il contributo dei volontari organizzati in associazione può essere quello di ripulire, sistemare e rendere il sito fruibile. Rendendolo agibile, ma anche aiutando l’archeologo nelle sue operazioni.”









