Sabato 29 agosto, in piazza Vicinatello, la proiezione di “Giuliano Gemma: un italiano nel mondo”. L’amico Roberto Di Berardino racconta l’uomo oltre il divo: il disco visto troppo tardi, le risate, le confidenze e l’appello a Cerveteri perché non lo dimentichi
di Giovanni Zucconi
Cerveteri, Giuliano Gemma torna in piazza con un emozionante docufilm sulla sua vita. L’intervista a Roberto Di Berardino.
Poco più di un anno fa scrissi che quella che feci a Roberto Di Berardino non era stata soltanto un’intervista, ma un’esperienza emozionante. È successo nuovamente, con la nuova intervista che Di Berardino ci ha gentilmente concesso. Basta pronunciare il nome di Giuliano Gemma e la voce di Roberto cambia. Un ricordo ne chiama immediatamente un altro e, per più di quaranta minuti, l’attore conosciuto in tutto il mondo torna a essere semplicemente Giuliano. Torna a essere l’amico che lo chiamava per andare insieme agli eventi, che si nascondeva dalla moglie per fumare, che divideva con lui le vincite al Bingo e che, nei momenti più difficili, aveva bisogno soprattutto di ridere.

Roberto racconta, e Giuliano sembra tornare nella stanza. Arriva sotto casa impeccabile, con la giacca e la cravatta, e si sente dire: “Mamma mia quanto sei bello. Sembri un attore”. Telefona il giorno prima perché vuole accanto il suo amico: “Robè, vieni con me, così siamo due monelli”. Si siede a tavola con Neno Zamperla e ricorda gli anni di Ringo. Corre dietro a una macchina che si muove da sola verso il centro storico. Sono immagini semplici, vive, piene di risate. Per qualche istante non sembra nemmeno che Roberto stia parlando di un uomo che non c’è più.
Poi, improvvisamente, il tono cambia. Arriva il ricordo di quel piccolo disco con un documentario che Giuliano gli aveva affidato pochi mesi prima di morire. Roberto ne aveva guardato soltanto qualche minuto e glielo aveva restituito dicendo che era bello. Quando vide davvero il documentario, seduto in prima fila al Festival di Roma, comprese che dentro quel disco c’era tutta la vita dell’amico. “Mi si è spaccato il cuore”, dice. E in quelle poche parole entrano il dolore, il rimorso e tutto il bene che ancora oggi lo lega a Giuliano Gemma.
L’occasione per incontrare nuovamente Roberto Di Berardino è la serata in programma sabato 29 agosto in piazza Vicinatello, nel cuore del centro storico di Cerveteri. A pochi giorni da quello che sarebbe stato l’ottantottesimo compleanno di Giuliano Gemma. L’accoglienza del pubblico inizierà alle 20.30. Alle 20.45 Daniela “Baba” Richerme Gemma, seconda moglie dell’attore, introdurrà la proiezione del docufilm “Giuliano Gemma: un italiano nel mondo”. La cui proiezione è prevista alle 21.

Realizzato dalle figlie Vera e Giuliana, il documentario ripercorre la vita dell’attore attraverso immagini familiari e le testimonianze, tra gli altri, di Dario Argento, Monica Bellucci, Bud Spencer, Lina Wertmüller ed Ennio Morricone. La manifestazione è organizzata dalla Pizzicheria Ilari con il patrocinio del Comune di Cerveteri.
Ma quella che segue non è soltanto un’intervista su un documentario o sulla carriera di un grande attore. È il racconto di un’amicizia che non vuole diventare soltanto passato. Roberto passa continuamente dal sorriso alla commozione, dalle confidenze alle pause più dolorose. Di Berardino ha riaperto, ancora una volta, e lo ringrazio di cuore, il suo cassetto dei ricordi.
Ma difficilmente potrò ricreare quell’atmosfera che si crea con Di Berardino quando si parla di Giuliano Gemma. “Mi piacerebbe che tu mi fotografassi con in braccio Tuco”. Tuco è il suo cane. Chiamato come il brutto del film “Il buono, il brutto, il cattivo”. Un film che Gemma adorava. Tutto quello che c’è nella casa e nella vita di Roberto Di Berardino, ogni particolare, ricorda il suo grande e indimenticato amico. E mentre lo ascolto, capisco che Roberto non sta semplicemente ricordando Giuliano Gemma. Continua, con ostinazione e affetto, a tenerlo vivo.

Che cosa ha questo documentario di tanto speciale da averla convinta a suggerire agli organizzatori di dedicargli l’intera serata?
“All’inizio si pensava di fare due serate. Io dissi: “Facciamone una sola, ma facciamola esplosiva”. Questo documentario è diverso, perché non racconta soltanto l’attore: racconta la persona. Ti accompagna lungo tutta la sua vita. Da quando in casa non c’era una lira, e da bambino non aveva neppure i giocattoli, fino ai grandi attori, ai registi e ai film che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Quando lo proiettammo anni fa a Cerveteri, vidi emozionarsi anche persone che Giuliano lo avevano conosciuto poco o non lo avevano conosciuto affatto. È una cosa meravigliosa, perché dentro c’è tutta la sua storia. Dentro c’è Giuliano.”
Mi ha detto che Gemma le affidò personalmente una copia del documentario. Riuscì a guardarlo quando lui era ancora vivo?
“Sì e no. È una storia che mi è rimasta dentro. Giuliano era andato a Los Angeles, dove allora viveva Vera. La figlia lo aveva chiamato con un pretesto, senza dirgli che avrebbe dovuto registrare il doppiaggio del documentario. Per lui fu quasi una sorpresa. Quando capì di che cosa si trattava, domandò: “Ma a chi può interessare un documentario su di me?”. Pensa quanto era umile. Vera gli rispose: “Papà, ma come puoi dire una cosa del genere?”. Alla fine, registrò la sua parte e ripartì con il dischetto che la figlia gli aveva consegnato.
Lo andai a riprendere all’aeroporto. Appena salì in macchina, aprì il borsello, tirò fuori quel dischetto e mi disse: “Roberto, questo è il documentario che mi hanno fatto le mie figlie. Dagli uno sguardo, e dimmi che cosa ne pensi. Ma non perderlo, perché ho soltanto questa copia”. Sapeva bene che a me i suoi film non interessavano. Io ero amico di Giuliano, non dell’attore.
Tornato a casa, misi il disco nel lettore, guardai qualche passaggio e lo tolsi quasi subito. Quando glielo restituii gli dissi: “Giulià, è bello, mi piace”. (Sorridendo) Ma dentro di me speravo soltanto che non cominciasse a farmi domande. Perché la verità è che di quel documentario avevo visto appena pochi minuti.”
Giuliano morì pochi mesi dopo averle affidato quel disco. Quando riuscì finalmente a guardarlo per intero?
“Soltanto dopo la sua morte, al Festival di Roma. Mi invitarono e mi fecero sedere in prima fila. Quella sera vidi davvero il documentario per la prima volta. E mi si è spaccato il cuore.
Davanti ai miei occhi scorrevano la sua infanzia, la famiglia, la carriera, gli attori e i registi con i quali aveva lavorato. Riconoscevo luoghi nei quali ero stato anch’io, e vedevo prendere vita a tanti episodi che Giuliano mi aveva raccontato. Fino a quel momento li avevo soltanto immaginati. Ma quella sera erano tutti lì, davanti a me.
Ma insieme al dolore sentii anche un grande rimorso. Pochi mesi prima Giuliano aveva tirato fuori quel disco dal borsello e lo aveva affidato proprio a me. Soltanto quella sera compresi fino in fondo che cosa mi aveva messo nelle mani. Dentro quel piccolo disco c’era tutta la sua vita. E lui adesso non c’era più.”

Guardando quelle immagini, ha ritrovato davvero il Giuliano che ha conosciuto lei? L’uomo oltre il grande attore?
“Sì, nel documentario ci ritrovo lui. Non ci si trova un personaggio costruito per il pubblico. Ma Giuliano com’era davvero. Il documentario ripercorre tutta la strada che lo portò da un’infanzia poverissima, quando non aveva neppure i giocattoli, a diventare un divo conosciuto in tutto il mondo.
Le figlie hanno raccolto i vecchi filmati conservati in casa, le immagini della famiglia, della villa e delle persone con le quali aveva lavorato. Mentre Giuliano racconta, scorrono le sequenze dei suoi film e i volti di attori e di registi importanti. Molti episodi li conoscevo perché me ne aveva parlato lui. Altri li avevo vissuti direttamente al suo fianco.
Quando nel documentario lo vedo passeggiare nella villa o parlare delle figlie, per me quelle non sono semplicemente immagini. Quella casa la conoscevo, in quei luoghi avevo trascorso tanto tempo insieme a lui. È come rientrare in una parte della nostra vita.
Ed è un racconto vero anche perché Giuliano era ancora presente mentre veniva realizzato. Guardava il materiale, dava consigli e seguiva il lavoro insieme alle figlie. Non c’è nulla di costruito. C’è il grande attore che tutti hanno conosciuto sullo schermo, ma c’è anche l’uomo che io avevo davanti ogni giorno. Ed erano la stessa persona.”
C’è qualcosa che invece il documentario non racconta?
“Sono rimaste fuori le cose che ci dicevamo soltanto tra noi. Non perché il documentario nasconda qualcosa, ma perché ci sono racconti che appartengono all’amicizia. Quando eravamo insieme, Giuliano mi confidava molti episodi accaduti sui set: incontri, situazioni delicate, storie che difficilmente avrebbero potuto trovare posto in un documentario familiare.
Una volta, per esempio, mi parlò di un film nel quale recitava accanto alla moglie del regista. I nomi non servono. Il regista era molto più anziano e si accorse che tra i due protagonisti si era creata una certa intesa, diciamo così. Un giorno il regista andò da Giuliano e gli disse: “Mi raccomando. Lo so che sono anziano, molto anziano, ma non trattarla male”.
Giuliano rimase spiazzato da quella frase. Il regista aveva compreso la situazione, ma non gli fece una scenata e non lo accusò. Gli chiese soltanto di non far soffrire sua moglie. Giuliano mi disse che aveva capito perfettamente la delicatezza di quel momento, e che non si sarebbe mai comportato senza rispetto.
Di aneddoti come questo ce ne sarebbero tantissimi. Sono frammenti del Giuliano più privato. E quei racconti sono rimasti con me.”

Immagino quindi che nel documentario non si racconterà quindi del rapporto di Giuliano Gemma con le donne
“No, perché quelle erano soprattutto confidenze tra amici. Giuliano era un uomo bellissimo, ed era sempre circondato da donne. Ogni tanto, quando eravamo soli, gli piaceva farmi capire che non era stato “uno qualsiasi”. E che nella sua vita aveva ricevuto le attenzioni di donne molto belle. Lo diceva con ironia, quasi per ricordarmi che dietro l’amico con il quale giocavo a biliardo c’era stato uno degli attori più desiderati del cinema.
Ma non era uno che si vantava pubblicamente. Era rimasto sempre molto riservato e non raccontava in giro le proprie storie. Qualche episodio lo confidava a me perché eravamo amici. E tra amici, a volte, si finisce per parlare anche di queste cose.”
Le donne continuavano a cercarlo e circondarlo anche molti anni dopo i suoi grandi successi?
“Sempre. Quando arrivava a una cena o a una manifestazione, i fotografi gli correvano incontro. Io dicevo che lo fotografavano come una sposa il giorno del matrimonio. E lui cercava continuamente di trascinare anche me dentro le fotografie, mentre io tentavo di tirarmi indietro.
Una sera eravamo stati invitati a una grande cena al Foro Italico. Appena Giuliano arrivò all’ingresso, tre o quattro giovani attrici agli inizi gli si lanciarono quasi addosso pur di farsi fotografare con lui. Se lo mangiarono. Più tardi, mentre eravamo seduti a tavola, mi disse: “Robè, hai visto com’è la vita? Oggi fanno di tutto per farsi fotografare con me. Se un giorno diventeranno famose, magari cominceranno a dire che odiano i fotografi e i paparazzi”.
Lo raccontava divertito, ma conosceva perfettamente quei meccanismi. Sapeva che, per chi stava cercando di entrare nel mondo del cinema, una fotografia accanto a Giuliano Gemma poteva valere moltissimo.”

Mi ha raccontato che Giuliano la voleva spesso accanto durante gli appuntamenti pubblici
Mi telefonava il giorno prima e diceva: “Robè, mi vieni a fare compagnia? Così siamo due monelli”. Non mi chiedeva semplicemente di accompagnarlo. Mi invitava a fare il monello insieme a lui. Era questo il tono delle nostre serate.
Quando veniva a prendermi arrivava sotto casa impeccabile, con la giacca, la cravatta, tutto perfetto. Anche a settant’anni era di una bellezza impressionante. Lo dico da uomo: lo guardavo e pensavo che fosse davvero straordinario. Allora gli dicevo: “Giuliano, mamma mia quanto sei bello. Sembri un attore”. A Cerveteri è un modo di dire, ma lui mi fissava come se lo stessi prendendo in giro. Sembrava pensare: questo è mezzo matto, sa benissimo chi sono e continua a dirmi che sembro un attore. Poi salivamo in macchina e partivamo. Non c’erano più il divo e il suo accompagnatore, ma due amici che andavano in giro a fare i monelli.”
Lei ha detto che, quando vi siete conosciuti, Giuliano stava attraversando un periodo difficile
“Era un momento nel quale il telefono non squillava più come prima. Per tanti anni Giuliano era stato cercato da tutti. Adesso il cinema, dopo avergli dato tantissimo, cominciava a lasciarlo solo. Passava molto tempo in casa, con un mazzo di carte, a fare solitari. Era entrato in una depressione profonda.
Io cercavo di non lasciargli il tempo di pensare. Gli proponevo una partita a biliardo, una giornata in piscina, un’uscita. Qualsiasi cosa potesse riempire quel silenzio. Inventavamo continuamente qualcosa da fare. Io facevo ridere lui e lui faceva ridere me. Insieme ci divertivamo davvero.
Lo dico con molta modestia, ma penso di averlo aiutato a uscire da quel periodo. Ero diventato una specie di giocattolo per lui, nel significato più affettuoso del termine: qualcuno con cui ridere, distrarsi e tornare a sentirsi vivo. Non c’erano più il grande attore e l’uomo che lo ammirava. C’erano due amici che avevano bisogno l’uno dell’altro.
A volte mi diceva: “Robè, il pranzo di Natale lo faccio se ci sei tu. Altrimenti non lo faccio”. Un uomo che aveva avuto il mondo ai suoi piedi, in quel momento, mi chiedeva soltanto di esserci. Questa è una cosa che non potrò dimenticare.”

Non le aveva mai raccontato di contrasti con i suoi colleghi?
“Con quasi tutti aveva un ottimo rapporto. L’unico collega del quale mi parlava con amarezza era Nino Manfredi. Mi raccontò che, per un film, il regista aveva pensato a Giuliano per affiancarlo, ma Manfredi non lo avrebbe voluto. Quando il regista glielo disse, aggiunse che probabilmente temeva che Giuliano potesse fargli ombra. Lui rispose: “Non vi preoccupate, ho talmente tanto lavoro che non è un problema”. Non fece scenate e andò avanti, ma quella storia gli era rimasta dentro. Era uno dei pochissimi episodi del cinema che ricordava ancora con dispiacere.”
Nella vostra casa passavano anche persone che avevano condiviso con lui i grandi set
“Sì, soprattutto quando veniva Neno Zamperla. Aveva lavorato per molti anni accanto a Giuliano come stuntman e maestro d’armi, e aveva condiviso con lui alcuni dei momenti più importanti della sua carriera. Quando quei due cominciavano a ricordare, io restavo ad ascoltarli.
Una sera eravamo a cena e Neno guardò Giuliano: “Racconta a Roberto che cosa accadde in Spagna, mentre stavamo girando ‘Una pistola per Ringo’”. Stavano rientrando in albergo quando arrivò un fonogramma. Giuliano lo lesse in ascensore e rimase sorpreso. Gli offrivano cento milioni di lire per interpretare “Il ritorno di Ringo”. Il primo film non era stato ancora completato e già gli proponevano il seguito per una cifra enorme. Giuliano mostrò il messaggio a Neno e disse: “Adesso aspettiamo. Non diciamo subito di sì. Facciamoli aspettare, perché in questo momento hanno bisogno di Giuliano Gemma”.
Quella frase mi colpì. Giuliano era un uomo umile, ma conosceva perfettamente il proprio valore. Aveva capito che, in quel momento, non era lui ad avere bisogno di quel film. Erano i produttori ad avere bisogno di lui.”
Qual è uno dei ricordi che ancora oggi la fa sorridere?
“Ce ne sono tanti. Un Natale eravamo a pranzo a casa mia. Giuliano aveva subito un intervento al cuore e la moglie non voleva che fumasse. A un certo punto mi disse sottovoce: “Robè, vado di sopra a fumare. Se viene mia moglie, avvertimi”. Salì, accese la sigaretta e proprio in quel momento cominciarono ad aprire i regali. Tutti lo cercavano perché era arrivato il suo turno. Spense in fretta la sigaretta ma, non sapendo dove mettere il mozzicone, se lo infilò in tasca e scese.
Il regalo era un portafoglio. Qualcuno disse che un portafoglio vuoto porta male e che bisognava metterci subito una moneta. Giuliano rispose: “Ce l’ho io”. Infilò la mano nella tasca e tirò fuori, davanti alla moglie e a tutti gli invitati, il mozzicone della sigaretta. La moglie lo guardò, poi guardò noi, e lui cercò di giustificarsi. Era una scena irresistibile. Giuliano sapeva essere di una simpatia disarmante.
Un’altra volta aveva parcheggiato male vicino al mio negozio. Mentre tornavamo ci accorgemmo che la macchina si stava muovendo da sola verso il centro storico. Cominciammo a correre dietro all’auto gridando: “Giuliano, la macchina! Corri!”. Riuscimmo a fermarla prima che andasse a sbattere. Dopo ci siamo ammazzati dalle risate. Sono queste le immagini che mi tornano in mente: non il divo sul tappeto rosso, ma noi due che corriamo dietro a una macchina.”

Cerveteri ha accolto le vite di due grandi icone del cinema italiano, Giuliano Gemma e Laura Antonelli. Che cosa le raccontava Giuliano Gemma del loro legame?
“Giuliano mi parlò più volte di Laura. Mi raccontava che all’estero si erano frequentati ed era nata tra loro una profonda amicizia. Quando tornava in Italia, lui avrebbe voluto continuare quel rapporto, cercava di incontrarla e di sentirla. Laura, invece, tendeva a evitarlo. Giuliano non riusciva a comprenderne il motivo. E nemmeno io l’ho mai saputo.
Molti anni dopo mi disse più volte: “Robè, portami da Laura. La voglio rivedere”. Io la conoscevo, avevo frequentato la sua casa e sapevo che stava attraversando un periodo molto doloroso. Avevo visto tante persone circondarla negli anni del successo, e poi allontanarsi quando la sua vita era diventata più difficile.
Per questo dicevo a Giuliano: “Giulià, lascia stare. Conservala nel ricordo di quando l’hai conosciuta”. Non volevo che l’immagine di una donna fragile e profondamente ferita prendesse il posto di quella che lui portava dentro da tanti anni. Giuliano, però, avrebbe desiderato incontrarla comunque.
Quell’incontro non avvenne mai. È una storia che mi colpisce ancora oggi. Cerveteri aveva accolto due dei volti più belli e amati del nostro cinema. Due persone legate da una profonda amicizia. Eppure, le loro strade rimasero separate proprio quando Giuliano avrebbe voluto farle incontrare di nuovo.”
Sabato salirà sul palco per raccontare qualcuno di questi ricordi?
“No, non sono abituato a parlare davanti al pubblico e per me sarebbe difficile. Sarà la moglie a introdurre il documentario. È una donna intelligente, una giornalista e una critica cinematografica. A Cerveteri le vogliono tutti bene.
Per me anche guardarlo è difficile, perché mi riporta a quel giorno al Festival di Roma. Ma è importante continuare a mostrarlo: non racconta soltanto una carriera, racconta Giuliano.”

Nella nostra precedente intervista lanciò un appello a Cerveteri: lasciare un ricordo permanente di Giuliano Gemma. Dedicargli una strada, una piazza… Quell’appello è rimasto senza risposta?
“Fino a oggi sì, ma non ci rinuncio. Giuliano ha fatto tanto per Cerveteri. Ogni volta che la città aveva bisogno di lui, si metteva a disposizione senza chiedere nulla in cambio. Partecipava alle iniziative, aiutava e cercava di valorizzare questo territorio, perché gli voleva veramente bene. Mi dispiace che ancora non esista un luogo capace di ricordare in modo permanente il suo legame con Cerveteri.
La mia proposta è molto concreta: intitolargli il belvedere del centro storico e collocare lì il busto che la famiglia mi ha regalato. Quel busto per me ha un valore affettivo enorme, ma sono pronto a donarlo. Preferirei saperlo in un luogo della città, dove tutti possano vederlo, piuttosto che conservarlo soltanto per me. Immagino uno spazio semplice, bello e visibile, nel cuore di Cerveteri. Un luogo dal quale si possa dire: Giuliano Gemma ha vissuto qui, ha amato questa terra e questa terra non lo ha dimenticato.
Sabato ne parlerò con sua moglie. Voglio parlarne anche con il vicesindaco Riccardo Ferri, al quale sono molto legato, e che fui io a far conoscere a Giuliano. Credo che, insieme a lui e al Comune, si possa finalmente trasformare questa idea in qualcosa di reale. Giuliano sperava di essere ricordato e io continuerò a provarci finché Cerveteri non gli avrà dedicato quello che merita.”
Se sabato sera Giuliano potesse vedere piazza Vicinatello riunita ancora una volta per lui, che cosa pensa che proverebbe?
“Sarebbe felice, ne sono certo. Forse, con la sua solita umiltà, domanderebbe ancora: “Ma a chi può interessare tutto questo?”. Era fatto così. Ma in fondo ci teneva a essere ricordato. Mi parlava spesso di grandi attori e registi che, dopo la morte, erano stati dimenticati o non avevano ricevuto il riconoscimento che meritavano. Questa cosa gli dispiaceva. Dietro quella domanda così umile, “A chi può interessare?”, c’era forte il desiderio che qualcosa di lui potesse rimanere nella memoria delle persone.
Sapere che, a pochi giorni da quello che sarebbe stato il suo ottantottesimo compleanno, tante persone si riuniranno nel cuore di Cerveteri per rivedere la sua vita, lo renderebbe molto contento. Perché sabato non si ricorderà soltanto il grande attore conosciuto in tutto il mondo. Si ricorderà l’uomo che ha vissuto qui, che ha amato questa città e che ha lasciato qualcosa nelle persone che lo hanno conosciuto.
Giuliano mi ha fatto sempre del bene. Penso che mi considerasse un fratello più piccolo. Io continuo a fare tutto quello che posso perché non venga dimenticato. E voglio credere che sarebbe felice sapendo che quel fratello continua ancora a parlare di lui.”









