Intervista all’ingegnere e scrittore prima della conferenza nei giardini di Palazzo Patrizi al Sasso: le potenzialità della nuova tecnologia, il potere di chi la controlla e il rischio che l’uomo perda autonomia e capacità di giudizio
di Giovanni Zucconi
Roberto Centofanti: “L’intelligenza artificiale ci viene presentata in modo troppo rassicurante. Ma il rischio c’è”
Negli splendidi giardini di Palazzo Patrizi, al Sasso, ieri, sabato 22 agosto si è svolta la conferenza “L’intelligenza artificiale. Cos’è veramente: aiuto o pericolo?”, promossa dall’Associazione Culturale ArchéoTheatron nell’ambito della quarta edizione de “I Sentieri dell’Anima”, il progetto itinerante ideato e diretto dall’attore e regista Agostino De Angelis. A introdurre l’incontro è stata Desirée Arlotta, presidente dell’associazione. La serata, organizzata con la collaborazione del parroco padre Mario Vecchierelli, era finalizzata alla raccolta di fondi per la parrocchia di Santa Croce.

Relatore dell’incontro Roberto Centofanti, ingegnere in pensione e scrittore. Laureato in Ingegneria Civile e in Scienze Militari, ha lavorato come manager industriale in diversi Paesi ed è stato presidente dell’Associazione Scuola Italiana Gianni Rodari di Shanghai. Dal 2020 al 2025 ha pubblicato sette libri. Spaziando dalla narrativa alla saggistica e ai temi religiosi. Prima della conferenza abbiamo parlato con lui delle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale, ma soprattutto dei rischi che potrebbero derivare da uno sviluppo troppo rapido. E, soprattutto, concentrato nelle mani di pochi. Quella che segue, è la bella intervista che ci ha gentilmente concesso.
Non ha anche lei, come me, l’impressione che l’intelligenza artificiale venga ancora sottovalutata? O per lo meno ci venga presentata in modo troppo rassicurante?
“Sì. È diffusa l’idea che abbia grandi potenzialità, ma che non potrà mai raggiungere l’intelligenza umana e che, in fondo, non ci sia motivo di preoccuparsi troppo. Io credo invece che stiamo andando a grandi passi verso sistemi con capacità mediamente superiori a quelle del singolo individuo. Non dobbiamo confrontarli soltanto con Einstein, ma con le capacità medie delle persone. Oggi l’intelligenza artificiale dispone già di una quantità di conoscenze che nessun essere umano può possedere. Si calcola che, dall’Iliade e dall’Odissea in poi, siano stati scritti circa 175 milioni di libri e che ChatGPT-4 ne abbia “letti” circa 140 milioni. Se anche la memoria è una componente dell’intelligenza, questo paragone dovrebbe almeno indurci a riflettere”.
Per spiegare il rischio che sta introducendo l’AI, lei fa un paragone con l’energia atomica. Perché?
“Perché cento anni fa Enrico Fermi stava cominciando a costruire la scuola dei ragazzi di via Panisperna e quasi nessuno riusciva a immaginare le potenzialità dell’energia atomica. Se ne occupavano gli scienziati e gli esperti, mentre la maggioranza delle persone restava a guardare. Poi è arrivata la bomba atomica e non si è più potuti tornare indietro. L’atomo ha portato anche risultati positivi, come la produzione di energia senza ricorrere al carbone. Ma ha mostrato quanto forte possa essere la tentazione di usare una scoperta per scopi distruttivi. Con l’intelligenza artificiale rischiamo di accorgerci troppo tardi della sua reale portata.”

Chi la usa quotidianamente vede che cambia a una velocità impressionante. Un anno fa, per esempio, i verbali delle mie riunioni, generati con Copilot, richiedevano molte correzioni. Oggi spesso sono quasi pronti. Non c’è il rischio che i toni rassicuranti servano a fare entrare l’AI nelle nostre vite “in punta di piedi”?
“Anche io lo temo. Nel 2012 sviluppare un sistema avanzato costava intorno ai cento milioni di euro. Oggi, per i modelli più recenti, si arriva al miliardo. Come ha osservato Papa Leone XIV, un tempo il potere era soprattutto politico, mentre oggi è diventato in larga parte economico. Chi dispone di enormi risorse può condizionare anche la politica. Se investo un miliardo per creare un’Intelligenza Artificiale che persegua gli obiettivi che ho in mente, e che le indico, non ho molto interesse a far sì che tutti conoscano quali siano quegli obiettivi. È comprensibile, quindi, che qualcuno preferisca presentare l’Intelligenza Artificiale senza allarmare troppo le persone.”
Il dibattito pubblico si concentra soprattutto sull’economia e sui posti di lavoro che si possonmo perdere con l’AI. Ma il mio parere è che l’impatto più profondo riguarderà soprattutto la vita quotidiana e le nostre facoltà mentali, che saranno sempre meno utilizzate. Non lo crede anche lei?
“È una delle grandi preoccupazioni. La calcolatrice ci ha già fatto perdere l’abitudine a eseguire a mente operazioni che un tempo erano normali. Con l’intelligenza artificiale potremmo delegare anche la scrittura, la memoria e una parte del ragionamento. Diventeremo probabilmente più pigri e, quindi, più deboli. Pensiamo che l’intelligenza artificiale sarà a nostra disposizione, ma dobbiamo domandarci se, a un certo punto, non possa accadere il contrario,”
La domanda più angosciante sul tema AI è: quando, e se, potrebbe prendere il posto di chi l’ha costruita? È tecnicamente possibile o resta uno scenario lontano?
“L’intelligenza artificiale non è un computer tradizionale. Un computer viene programmato e gli si fa eseguire ciò che il programmatore ha stabilito. L’intelligenza artificiale, invece, può essere solo addestrata. Gli ingegneri le forniscono dati e indicazioni in base agli obiettivi ricevuti, ma poi il sistema elabora in autonomia. E non sempre conosciamo il percorso attraverso il quale arriva a una determinata conclusione. Proprio per questo il rischio esiste: non possiamo considerarla soltanto una macchina che esegue istruzioni prevedibili. Ma un qualcosa che può prendere decisioni che noi non possiamo prevedere o controllare.”

Arriva a temere che un giorno possa dominare l’uomo?
“Sì, perché noi potremmo diventare progressivamente più fragili, mentre i sistemi saranno sempre più potenti. Le intelligenze artificiali che si stanno progettando sono orientate verso obiettivi precisi. Se un essere umano non è allineato a quell’obiettivo, potrebbe essere considerato un ostacolo da rimuovere. Nei casi estremi, anche fisicamente. È questo che temo.”
Quindi è corretto chiedersi se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva?
“Forse, meglio, la domanda dovrebbe essere un’altra: quale società stiamo costruendo? Se costruiremo una società rivolta al bene comune e all’aiuto delle persone più fragili, potremo sperare che anche l’Intelligenza Artificiale addestrata da quella società venga orientata verso il bene. Se invece la società futura penserà soltanto al profitto e considererà le persone fragili un peso o un problema da correggere, la tecnologia finirà per seguire quella stessa logica. La questione, quindi, non riguarda soltanto la macchina, ma gli esseri umani che la formano e gli obiettivi che le affidano.”
Conoscendo la Storia dell’Umanità, anche recente, una società davvero buona e inclusiva non rischia però di essere più una speranza che uno scenario realistico?
“Vorrei definirmi realista più che pessimista. Basta guardare agli ultimi tremila o quattromila anni. “L’umanità” è una parola astratta: non possiamo attribuirle una responsabilità come se fosse una persona. La responsabilità appartiene a ogni singolo essere umano. La Storia, però, è stata quasi sempre cambiata da poche persone, non dall’intera umanità, e sappiamo quanto male sia stato fatto. O diventiamo improvvisamente tutti santi, oppure il rischio è che chi detiene il potere continui a decidere da solo, sulla base dei propri obiettivi.”
Perché invita a leggere l’enciclica “Magnifica humanitas” di Papa Leone XIV?
“Perché mette a nudo con grande chiarezza i problemi posti dall’intelligenza artificiale. Il Vaticano può contare anche su scienziati e studiosi che conoscono bene la materia. Se il Papa ha ritenuto necessario dedicare un’enciclica alla tutela della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale, non possiamo limitarci a un ottimismo superficiale. Nel documento ritorna proprio l’immagine di una parte dell’umanità che resta a guardare e spera che tutto vada bene. È l’atteggiamento che dobbiamo necessariamente superare.”

Di quali tempi parliamo? Fra dieci o vent’anni che cosa potremmo trovarci davanti?
“I tempi sono molto brevi. Si calcola che fra dieci anni sul pianeta ci sarà circa un miliardo di robot: non ancora androidi o umanoidi perfetti, ma macchine specializzate, capaci per esempio di lavare i piatti o assisterci in determinate funzioni. Probabilmente dal 2040 in poi gli scienziati potrebbero essere in grado di produrre copie molto realistiche degli esseri umani, con una pelle artificiale quasi indistinguibile e un “cervello” pari o superiore a quello medio. A quel punto la domanda finale sarà inevitabile: saranno loro a sostituire noi.”









