CittàNotizie

Da Cerveteri alla Terra del Fuoco. Gli straordinari viaggi in bicicletta di Valerio Rossi attraverso l’America, l’Europa e l’Asia





di Giovanni Zucconi

Oggi vi presenteremo un personaggio a suo modo straordinario. Straordinario per le imprese che ha compiuto, e per la sua filosofia di vita.Decisamente alternativa e fuori dal tempo in cui viviamo. È un ragazzo di 34 anni, anche se ne dimostra molti di meno. Abita a Cerveteri. Per la precisione a Valcanneto.

Si chiama Valerio Rossi. Immagino che pochissimi di voi sappiano di chi stiamo parlando. Cosa ha fatto di così straordinario da meritare una nostra intervista?Ha fatto almeno 42.000 Km in bicicletta attraversando gran parte del mondo. Attraversando ben 33 Stati, tra Europa, Asia e America Latina. In parte da solo, e in parte con la sua ex ragazza. Ha compiuto viaggi decisamente low cost. Dormendo in tenda, o nelle famiglie dove veniva accolto.

Nei 23.000 Km percorsi in Sudamerica ha conosciuto persone di grande cuore, e paramilitari che lo volevano sequestrare. Ma soprattutto ha imparato che un approccio diverso alla vita è possibile. Che non esiste solo il lavoro e la carriera. Che si può essere felici anche solo con due euro al giorno.

Valerio Rossi è portatore di un messaggio che è per pochi. Per pochissimi. Ma è un messaggio affascinante, pur nella sua inapplicabilità per la maggior parte di noi. Il suo racconto è iniziato con un emblematico: “Quando vivevo nella Società, in una casa in affitto…”. Lo ripeto, è un messaggio e una proposta di stile di vita estremo, e non per tutti. O meglio, se lo applicassimo tutti, non esisterebbe più la Società per come la conosciamo. Ma è un messaggio che andrebbe riposto nel nostro portafoglio, e letto ogni tanto. Per ricordarci che bisognerebbe vivere per essere felici. E che per essere felici bisogna dedicarsi del tempo sufficiente. Non basta rubarlo a giornate piene di impegni lavorativi.

Quella che segue è la lunga intervista che ci ha concesso qualche giorno fa. Dove scoprirete il personaggio, e il fascino di percorrere tutta l’America Latina in bicicletta. Da Città del Messico alla Terra del Fuoco.

Come è nata la tua passione per i lunghi viaggi in bici?

“Tutto è nato, qualche anno fa, dal licenziamento dal mio posto di lavoro. A quel punto ho preso la palla al balzo. Ho detto: o lo faccio adesso, o non lo faccio più. Mi è sempre piaciuto viaggiare in bici. Anche quando lavoravo facevo dei piccoli viaggi. Ma quando poi sono partito, dopo il licenziamento, non sapevo che poi avrei iniziato anche viaggi di due o tre anni.”

Non è che sei partito subito con viaggi di tre anni, immagino

“Naturalmente no. All’inizio mi sono fatto la Via Francigena in Italia. Poi non mi bastava più quella, e sono arrivato fino in Spagna. Poi sono arrivato fino in Turchia. Ho fatto il giro dell’Europa.”

Poi non ti è bastato più neanche fare il giro dell’Europa

“No, perché anche se giravotutta l’Europa,passando da uno Stato all’altro, fondamentalmente trovavo sempre la stessa cultura. Quindi è nato in me il bisogno di vedere l’Asia o l’America. Ma io ho sempre avuto dentro di me il sogno di fare il giro del mondo in bicicletta.”

Quando parti per questi viaggi in bici che possono durare anche due o tre anni, che attrezzatura ti porti dietro?

“Porto con me l’attrezzatura più semplice del mondo. Una bici, con il portapacchi montato sia avanti che dietro. Sul portapacchi ci attacchi i borsoni con gli impermeabili, e dentro ci metti tutto e solo il necessario che ti serve per vivere. Ti devi portare dietro solo lo stretto necessario: una tenda, un materassino, un fornelletto per cucinare, un pentolino, le forchette, del cibo e vestiti estivi e invernali. Niente di più.”

E parti…

“Inizio a pedalare dal cancello di casa. Quando si fa sera, e trovi un bel posto per mettere la tenda, ti fermi e ci campeggi. Ti prepari la cena col fornelletto, e poi ti metti a dormire. Il giorno dopo riprende questa routine. Smonti la tenda, rimetti tutto dentro, e riparti.”

Quindi hai bisogno di pochi soldi durante i tuoi viaggi

“Il viaggio che ho fatto insieme alla mia ragazza in Sud America è stato un viaggio super low cost. In due anni e mezzo di viaggio abbiamo speso in tutto 6.000 euro in due. In Messico spendevamo 150 euro al mese. Abbiamo viaggiato anche con 2 euro al giorno.”

Che paesi hai visitato nel tuo viaggio in Europa?

“In Europa ho percorso circa 20.000 Km in venti stati. Dalla Spagna alla Turchia. Paesi Bassi, Francia e Germania. Ho viaggiato molto nei Balcani. Nella Serbia, in Romania eBulgaria, per fare alcuni esempi.”

Parlami del tuo ultimo grande viaggio in bici. Quello in Sud America

“Siamo arrivati a Città del Messico in aereo. Siamo sbarcati con le bici che erano smontate dentro delle scatole, le abbiamo rimontate in aeroporto, e siamo usciti pedalando. Poi tutto in bici fino alla punta estrema della Patagonia.”

In questo caso quanti Km avete fatto in bicicletta?

“Ne abbiamo fatti 23.000. In due anni e mezzo. Abbiamo attraversato 13 paesi. Messico, Argentina, Nicaragua, Guatemala, El Salvator, Perù, Equador, Colombia, Bolivia, Cile…”

Praticamente fai 10.000 Km all’anno

“In questa modalità, molto lenta, sì.Quando ho viaggiato in Europa, 10.000 chilometri li ho fatti in tre mesi. Perché la cultura europea la conosci. Non c’è bisogno di fermarti tanto tempo in un posto per capire le particolarità.E quindi fai anche 200 chilometri al giorno. In America siamo andati molto più lenti perché ci fermavamo anche tre settimane in un posto. Magari a fare volontariato.”

Quindi tu non fai un viaggio tanto per farlo. Per dire: “l’ho fatto”. Tu viaggi per conoscere dall’interno i luoghi e le popolazioni. E provi anche a contribuire con qualcosa in cambio

“È vero. In un modo o nell’altro abbiamo aiutato molte famiglie in quei due anni e mezzo.In Sud America abbiamo vissuto con le famiglie. È stato più bello rispetto a quello che abbiamo fatto in Europa. Dove semplicemente visiti la città e poi riparti.”

In Europa hai fatto il semplice turista. Quando organizzi un viaggio, pianifichi ogni particolare?

“In realtà pianifico poco. Chiaramente ho in mente quale posto voglio visitare. Ma poi non mi informo sulla strada da fare, o su quello che troverò. Come se io fossi a Roma e so che c’è Firenze da visitare. Quindi punto Firenze. Ma nel mezzo chissà che cosa trovo. Magari non vado dritto, ma faccio una deviazione perché mi dicono che è bello passare anche per Arezzo. Insomma… E tutto molto lasciato al caso.”

Praticamente non pianifichi nulla

“Conosco qualche luogo famoso da cui passare, ma poi mi faccio guidare molto dai locali. Sia per i posti da visitare, ma soprattutto per quelli da evitare.”

Con le lingue come fai?

“Quando siamo arrivati in Messico, non parlavamo neanche una parola di spagnolo. Ma l’abbiamo cominciato ad imparare da subito. Dopo due settimane,già capivamo. Dopo due mesi, lo parlavamo perfettamente. Dopo due anni, siamo diventati madrelingua. “

I locali vi consideravano come delle persone strane?

“Siamo stati veramente accolti a braccia aperte. Come se fossimo della famiglia. In effetti, nei quasi tre anni che siamo stati in America, solo il primo anno abbiamo campeggiato. Per il resto siamo sempre stati a casa di qualcuno. Abbiamo sempre trovato ospitalità. Anche spesso solo per una notte.”

Quello che mi stai raccontando non è una cosa banale, né scontata. Non credo che in Europa vi sia successo la stessa cosa

“La cultura, ma anche la situazione è diversa in Sud America. Qui in Europa, se ti fermi in un boschetto, non succede niente. Mentre in Sud America è più pericoloso stare fuori la notte. E questo la gente lo sapeva. Quindi quando chiedevamo se c’era qualche posto tranquillo dove fermarsi la notte, quasi sempre le famiglie ci proponevano di dormire a casa loro. E dopo queste esperienze, abbiamo anche noi cercato di più il contatto. Per essere più sicuri, ma anche perché così imparavamo molto di più sui luoghi e sulle persone.”

Che tipologia di famiglie vi accoglievano?

“Ci hanno ospitato famiglie di ogni estrazione sociale. Ricche, povere, di destra, di sinistra, giovani, anziane… Abbiamo avuto modo di avere uno spaccato completo della società. In tutte le sue sfaccettature.”

Come si decideva il tempo in cui fermarsi da una certa famiglia?

“Dipendevamolto dal caso. Non dipendeva dall’interesse del posto. In un posto sperduto, ci siamo trovati in sintonia con la famiglia e siamo rimasti tre settimane. Abbiamo anche fatto del volontariato in quel periodo.”

Quindi un viaggio senza nessun limite di tempo. Avevate solo l’obiettivo di arrivare fino alla Terra del Fuoco. Il tempo che ci sarebbe voluto non era per voi un problema. Seti chiedessi di descrivere cosa hai riportato nella tua sacca dopo questo viaggio straordinario, che cosa mi diresti come prima cosa?

“Ho imparato ad accettare quello che viene nella vita. Abbiamo vissuto con poco, o niente. E siamo stati ospitati da persone che avevano meno di noi. Sembra banale, ma abbiamo imparato ad apprezzare una doccia calda. Quando per 5 o 6 mesi non c’era acqua calda. Abbiamo imparato a vivere pensando solamente a dove dormire stanotte. O cosa mangio oggi. Tutto il resto era superfluo. Abbiamo scoperto la bellezza dell’accoglienza delle persone.L’America latina è molto fatalista. Accettano tutto quello che gli succede. E noi abbiamo imparato ad accettare le cose belle, come quando ti accoglievano come loro figli, e le cose brutte che ci sono capitate.Ho imparato che a tutto c’è una soluzione. Bisogna solo lavorare per trovarla.”

Quindi anche se vivevate con quel minimo, eravate felici…

“Assolutamente si. Questa cosa ce la siamo riportatia casa. Anzi, è stato molto difficile riadattarsi alla nostra società. Ai suoi ritmi, alle sue esigenze. Quando vedo che per uscire con un amico a mangiare una pizza, spendi anche 30 euro, penso a che, con 30 euro, noi ci facevamo una settimana di viaggio. Tutto compreso.”

L’episodio più brutto che ti è capitato?

“In Colombia. Quando siamo capitati per caso in un posto gestito dai paramilitari. Era una zona di guerriglia. Questa gente ci ha trattenutitutta una notte, cercando di capire se ci potessero sequestrare per chiedere un riscatto. Di solito la notte campeggiavamo nei ristoranti, quelli con menu a 2 euro. Ma in quel posto il ristorante era gestito dai paramilitari. Che ci hanno subito separati, e ci hanno fatto domande del tipo quanto valeva la nostra casa, e cose del genere. Per fortuna parlavamo un po’ di spagnolo, e abbiamo capito la situazione. E abbiamo seguito il motto locale: “non dare la papaya.”. Cioè, non mostrare quello che hai. Facevamo notare che stavamo viaggiando con una vecchia bici, e che dormivamo in tenda. Abbiamo detto che mia madre con il Covid aveva perso il lavoro e che mio padre era pensionato. Abbiamo esagerato un po’, ma alla fine ci hanno rilasciato.”

Invece l’episodio più bello?

“Riguarda l’accoglienza che abbiamo ricevuto in Equador. Dove, come dico sempre io, ho una seconda mamma. Quando siamo arrivati nella capitale Quito, la signora Marta ci ha ospitati, fin dal primo giorno, come se fossimo dei figli. Ci portava in giro a farci vedere i posti, e ci faceva la spesa. Ma, soprattutto, preoccupata della criminalità sudamericana, non ci ha mai fatto campeggiare in Equador. Per lei era troppo pericoloso. E ha quindi contattato amici, conoscenti e hotel, da Quito fino al confine con il Perù. Ci ha fatto un programma di viaggio con una lista di posti dove fermarsi. In ognuno c’era qualcuno che ci aspettava e ci ospitava. O ci fermavamo in un hotel, dove trovavamo sempre tutto pagato. E trovavamo sempre un pacco, con anche del cibo, che ci aveva spedito Marta.”

Veramente incredibile. Ma ci siete poi rimasti in contatto?

“Siamo naturalmente ancora in contatto. Ma non solo con lei. Sul telefono troverai trecento chat.Con persone di ogni Stato.”

Quindi oltre al resto, dai tuoi viaggi riporti anche tantissimi amici

“Moltissimo amici. Si sono creati anche legami molto forti. Tre di questi ci sono anche venuti a trovare. Anche un argentino e una del Costarica.”

Come prendono i tuoi genitori questi viaggi che durano anni?

“Erano un po’ abituati ai miei precedenti viaggi di un mese che avevo già fatto in Europa. Dove però c’era sempre una data di ritorno. In Sudamerica siamo partiti senza un biglietto di ritorno. Mamma ha accettato tutto questo un po’ di più di mio padre. Lei è più sognatrice. Stava in ansia, ma era contenta quando gli mandavo le foto, e vedeva i posti che visitavo e le esperienze che stavo vivendo. Mio padre è un po’ più conservatore. Abituato al lavoro. “Hai studiato e devi lavorare”. Quindi tutti i gironi mi chiedeva: “Quando torni?”.

Tu tornerai a lavorare?

“Il mio piano è quello di continuare ancora per qualche anno a viaggiare. Perché sono giovane e mi sento le forze. E ho ancora tanta voglia di scoprire. C’è ancora tanto da vedere nel mondo. Quindi sicuramente voglio fare altri due anni in Asia. Fare Stati Uniti e Canada. Mi vedo fino ai 40 anni ancora in grado di dormire in tenda, e di fare questa vita. Poi sicuramente arriverà un’età dove mi servirà stabilirmi. Difficilmente tornerò a lavorare in un’azienda come lavoravo prima. Perché il cambiamento ormai è troppo grande. Ma vorrei trovare un lavoro stagionale. Magari in montagna o in città. Dove so che posso coniugare entrambe le cose. Sia lavorare, che non essere sedentario. O quantomeno che non sia un lavoro full-time.”

Non hai mai pensato di fare diventare tutto questo un lavoro?

“Sì e no. Nel senso che, se poi diventa un lavoro, perdo la libertà di fare un viaggio di due anni. C’è gente che porta in giro le persone in viaggi organizzati. Ma si tratta di andare, per esempio, due settimane in Argentina, e poi tornare. Così si perde la magia dell’incontrare le persone. Sarebbe un lavoro più interessante di quello che facevo prima, ma pur sempre un lavoro.”

C’è un messaggio che vorresti dare a chi vorrebbe fare le tue stesse esperienze?

“Io la chiamo la “Magia del viaggio”. In viaggio, sei 24 ore al giorno sottoposto al mondo. Agli agenti atmosferici. Alle persone buone e a quelle cattive. Ogni secondo ti può accadere un imprevisto. Ma per quanto abbiamo avuto tanti momenti difficili e anche pericolosi, qualunque cosa ci sia successa, in un modo o nell’altro ce la siamo sempre cavata. Nei momenti più difficili appare sempre qualcuno che ci salva e ci aiuta. O ci capita una cosa bella che ci tira su di morale. Questo ci dovrebbe far capire che tutto è possibile. Ci saranno sempre dei momenti alti e bassi. L’importante è saperli gestire, e accettare sempre tutto quello che ti capita. Questo è un messaggio che mi piace far passare. Non bisogna mai perdere la fiducia.”