di Angelo Alfani
“La bella strada che il Fascismo ha reso moderna e comoda nell’anno IX, discende da Cervèteri nella Valle del Manganello, raggiungendo il pianoro della Banditaccia.
Tra il paese aggrappato alla roccia e un grosso rossastro masso tufaceo scosceso che lo fronteggia, il vallone aveva già questo nome nel medio-evo. Ricorda, probabilmente, l’arma solida manovrata da mano robusta, dei tempi in cui la polvere non aveva ancora reso tonante la guerra, e il corpo-a corpo era la parte essenziale d’ogni battaglia”

Così un giornalista descrisse nel 1932, sul quotidiano laStampa, la discesa dal Paese in direzione della Necropoli.
Fino ad allora alla tenuta della Bandita ed ai montarozzi della Cornacchiola si accedeva solamente attraversando ilcorso d’acqua che dalle colline, appena a nord dei Vignali, via via si ingrossa nel suo scorrere lento per lo stretto vallone. Il Manganello appunto, al terminare della via del Lavatore.
“ Dall’altra parte del vallone c’è un ripido sentiero roccioso su cui si inerpicano volenterosi i ragazzi che ci accompagnano”scrive Lawrence nella sua mezza giornata cervetrana.
Alcuni quadroni ammonticchiati in un tratto del torrente poco prima che finisca la greppa, sul cui costone sorge la Necropoli, dovrebbero essere testimonianza dell’antico attraversamento del fosso sacro agli agyllini.
Cerveteri, “Il Manganello da rio sacro a rio intombato”
La mattina sul presto rari i cervetrani che vi fanno la passeggiata o vi arrivano in automobile per raggiungere i tanto conclamati “orticelli sociali”.
Orti accertati fin dal 1920, come confermano documenti ufficiali con le richieste per fazzoletti di terra delle proprietà comunali in loco, a fronte di un canone di affitto “ virtuale “.
Altri camminatori ,ancor meno numerosi ,calpestano terra e tufo a passo lento, o a passo veloce se hanno appena sguinzagliato il cane che, seguendo il suo fiuto, si intrufola tra i canneti e gli alti sambuchi.
Questo splendido rio ha avuto solo per brevi periodi inquinamento animale:ci scaricavano direttamente le piccole porcilaie ricavate nelle grotte tufacee e ,un giorno a settimana, si arrossava del sangue delle bestie uccise nell’ammazzatorapubblica :una struttura comunitaria indispensabile un tempo, armoniosa, elegante, dai bei colori e ben inserita nel paesaggio circostante.





Venne progettata nel 1927 e solo il 31 gennaio del 1931 definita nella sua progettualità, attuazione e liquidazione dei lavori con accensione del mutuo.
Era in quel giorno che gruppetti di irrequieti ragazzini si avventuravano in una specie di corral, chiuso da staccionate e da tubi, al cui interno sostavano irrequieti vitelli e manze in attesa della definitiva pistolettata del Roscio.
Prendendo ad imitazione i rodei visti nei film, i ragazzini saltavano al volo dalla staccionata con l’intento di rimanere il più a lungo possibile in groppa all’animale.
Erano tanti i capitomboli nella melma di piscio e sterco che,inzuppati fino alla cima dei capelli,si vedevano costretti a tuffarsi nudi nel vascone del lavatore, quello più grande dai lastroni di basalto consumato dai tanti lenzuoli sbattuti.
Mutandine, magliette e pantaloncini, strizzati alla meno peggio dopo una lavata con residui dei pezzi di sapone, abbandonati dalle lavandaie, si mostravano come bandiere appiccate su canne.
L’attesa della scolatura del sangue ed acqua ramazzate per pulire il pavimento che raggiungeva, discendendo lungo una condotta all’aperto fatta di tegole rovesciate e strette da mattoni refrattari, il ruscello suscitava nei ragazzini voli fantastici che rimandavano ad Orazio Coclite, a pellerossa sgozzati, ed altre truculente battaglie.
Quando non vi finivano dentro scendendo giù a scivoloni su cartoni dismessi sopra terra e calcinacci di risulta che per anni hanno “allargato” la stretta via che aggirava il castello giungendo fino alla Rocca antica. Questo il mondo dei giovanissimi che girava attorno al rio sacro.
Si tingeva anche di un grigio chiaro dalle mille bollicine in ragione della lisciva di cenere, fino a quando le donne cervetrane, immortalate in questo atto dall’ossessionato dal sesso H.Lawrence, lavavano i panni nel lavatore pubblico, costruito tra il 1908 ed il 12 per “lingerie infette”ampliato definitivamente nel 1937.
Da tempo tutto il tratto iniziale del Manganello, a parte lo stupido ponticello di presuntuosetti ,dannosi alla cosa pubblica,alla fine di una discetta da discarica campo rom abbandonato, è tornato a ripulirsi, e il gatto che ,noncurante delle persone, continua a dissetarsi, è dimostrazione inequivocabile della bontà dell’acqua.
Il tratto che arriva fino al ponticello della strada per le tombe, mezzo scassato, un tempo sosta consueta per giovani coppie che volevano dimostrare alla comunità il loro fidanzamento, è tenuto peggio di una cloaca mai pulita.
Resti di pareti abbattute, alcune enormi ruote in cui erano avvolti tubi elettrici, plastica, secchi di residui di vernice, pezzi di guaina disvelta, ruote.
A memoria chi , pagato dai contribuenti avrebbe dovuto tenerlo pulito non lo ha mai fatto.
Come il fosso del Marmo curato solamente fino al ponte sulla via che porta alla Cornacchiola, divenuto nel lungo tratto fino ai monti discarica a cielo aperto, sia ai lati che nell’alveo.
Ad aggravare la sorte del rio Manganello è stato lo sciagurato intombamento, sarebbe giusto dire incenentamento,alla fine del settanta se ben ricordo.
Le ragioni addotte furono quelle di evitare miasmi e zanzare.
Mia idea è che servisse ad altro:a spendere soldi pubblici che comunque può tornare utile alle sempre prossime elezioni, ma soprattutto a nascondere gli scarichi abusivi che sfociavano direttamente nel fosso. Come si dice: occhio non vede cuore non duole.
Il problema è che i liquami da qualche parte finiscono e sono spesso quelle macchie che da anni, ogni estate, ci vediamo costretti ad osservare dal bagnasciuga.
Foto dell’autore del testo









