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Tanto per addolcirsi un poco l’animo e respirare a pieni polmoni

di Angelo Alfani

Elezioni e post elezioni, pre ballottaggi post ballottaggi: bocconi amari per i sempre più rari ed inutilmente speranzosi sulla possibilità che si possa cambiare lo stato delle cose presenti infliggendo su pezzi di carta delle croci con una matita.

Bene che vada sarà il maire scelto da un sesto degli abitanti di questa mai realizzata Comunità. Proprio per tirarci su il morale ed addolcirci un poco l’animo trascrivo due testi: uno breve, trovato in una cartolina di anonimo; l’altro lungo dello scrittore Corrado Alvaro. La cartolina, indirizzata al cavalier Avvocato Carlo Camerano, illustre legale torinese, amante della cultura classica, porta la data del 28 luglio del 1913.

“Carissimo Avvocato.Un saluto dalla luminosa Caere in vista dell’azzurro mare. Bello l’altipiano della antica necropoli che i venti marini carezzano costanti, ma entro le tombe non è tanto dolce il lavoro.Pure è un breve intervallo di vita differente e libera e mi piace questo incarico ministeriale.Oggi vado alla vicina spiaggia. Sono molto stanca ,per molte notti quasi insonni. Saluti cordiali”.

Leggere tale “poesia” espressa in così poche note( a fronte di luoghi oltremodo oltraggiati negli ultimi decenni ) fa tremare le vene: quantomeno ai sempre più rari cervetrani. Tale era dunque la gioia che infondeva il pianoro ed il fausto paesaggio agli entusiasti viaggiatori o, come in questo caso, agli incaricati ministeriali per sopra intendere agli scavi. Possiamo immaginarla questa giovane del nord stordita dalla luce che schiariva la polvere sollevata ad ogni passo e dispersa ad ogni refluo di vento; una luce che penetrava tra la distesa di asfodeli fino al piatto mare sprofondante a valle. Accaldata, sudata, stramortita da notti insonni, a tal punto da agognare un bagno oltre la sabbia nera, oltre le dune colme di gigli marini.

Un bagno in solitudine, osservando la palla arancione inguattarsi dietro punta vipera. Lasciarsi andare nella sabbia color carbonio sognando lucumoni e le libere donne di Agylla. Riporto ampi stralci del reportage, dal significativo titolo: Gli Etruschi e la civiltà popolare, scritto da Corrado Alvaro in visita alle Tombe nella primavera del 1932.

“Cerveteri è oggi un paese con la sua bella fontana in mezzo alla piazza, la vita minuta delle donne e dei ragazzi, l’odore del mosto e del vino dei vicoli; l’osteria per chi scende a caccia, vecchio svago etrusco. Di qui si vede il mare, deserto come la terra che è intorno; è il mare che si vede nel fondo delle pianure, dei deserti, della maremma, che nessun albero, vela, edifizio, montagna lo rileva; sta nel fondo rattrappito, come se si ritirasse, vecchia strada su cui passano le navi, ma di altro mondo e di altri porti. A occidente del paese è la necropoli:di qui il paese nuovo si confonde col vecchio colore della muraglia di tufo su cui è costruito. La terra è incredibilmente molle, minuta polvere; sulla via d’accesso che vi stanno costruendo gli operai affiorano rottami di orci; un uomo sta lavando certi buccheri di fresco scavati in una tomba.

Tanto per addolcirsi un poco l’animo e respirare a pieni polmoni
Tanto per addolcirsi un poco l’animo e respirare a pieni polmoni

Là sotto si circondava ognuno di questa roba, e gli antiquari ne vendono per raccogliere la cenere delle sigarette. Penso che se di qui a molti secoli le cose del nostro tempo e della nostra vita divenissero rare e preziose, non le tombe somiglierebbero più a questi depositi etruschi, ma i grandi magazzini; allo stesso modo si presentano questi numerosi vasi, che danno l’idea della merce moderna a serie. Abituati come siamo a considerare le cose antiche tutte come prodotti tipici ed unici, ecco qui merci della vita d’ogni giorno; e non è questa una delle ultime ragioni del potere che i resti della vita etrusca hanno su di noi.

Romani e Greci ci hanno lasciato quasi soltanto grandi attestati, segni d’una vita eternamente pubblica, solenne, alta; la loro folla è quella del coro dei drammi e delle tragedie, e appare soltanto come volontà collettiva sulla via della volontà individuale; è un mondo di eroi e di privilegiati; ma questi Etruschi, i cui nomi maggiori che ci sono pervenuti hanno un suono di casati italiani di vecchio ceppo, di cui non rimane che il disegno delle città e degli edifizi, hanno portato nella nostra fantasia il colore di un popolo, la forma
della casa nelle loro tombe, e tutta questa merce d’uso quotidiano: coppe, orci, brocche, lampade, fibbie, strumenti per misurare il tempo, situle , ciste; il ricordo perenne dell’acqua necessaria, del vino, dell’olio; la visione d’un mercato di piccole cose comuni, il sentimento della gente piccola coi suoi angoli di casa, le sue abitudini, i suoi bisogni.
Quasi consci della loro fine, fondarono le città dei morti che furono in tutto la riproduzione delle loro città e delle loro case.

Nei Romani la stessa morte con le tombe lungo le strade dà il senso del lungo cammino; si avvicendava essa alla vita, simile a una tappa come le poste dei suoi cursori; ma questi paesani con la memoria dei sepolcri orientali fondavano necropoli che dovevano sopravvivere sotto la terra cui potevano correre le invasioni e l’aratro solcare senza turbarli. La necropoli di Cerveteri ha addirittura la pianta d’una città: una strada nel mezzo con la traccia delle ruote dei carri, è solo più tardi, quando ci si accorge che è una città di sepolcri le strade che sì spartiscono in certi angoli, con qualche pianta di rose in fiore ai crocicchi( caste e frigide rose delle città morte)portano alla stessa pace e allo stesso silenzio, solo allora è come se si vacillasse al bivio d’un viaggio ultraterreno.Ognuno di questi luoghi è una casa; se si scoprissero della terra che li copre come capanne, con le sue zolle erbose, si rivelerebbe una città di case basse ,con le loro porte, quella umile, e quella ampia di grandi e ricche famiglie.”

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