Dal 25 aprile nelle librerie. Il 9 maggio presentazione alla Biblioteca di Ladispoli
In uscita “Due valige a testa”
C’è una storia che pochi conoscono, ma che ha attraversato le nostre strade, sfiorato le nostre vite, e lasciato tracce profonde tra le pieghe del tempo. È la storia di oltre duecentomila ebrei sovietici che, tra il 1979 e il 1990, decisero di lasciare tutto per cercare una nuova libertà in Occidente.
Una storia fatta di partenze, di attese e di speranze, che oggi rivive tra le pagine del nuovo libro di Angelo Alfani, “Due valige a testa”, in uscita in libreria il 25 aprile. Il titolo è già un manifesto. “Due valige a testa” non è solo un dettaglio logistico: è il limite imposto a chi decideva di emigrare, ma è anche il simbolo di tutto ciò che si era disposti a perdere – o a portare con sé pur di iniziare una nuova vita.
Dentro quelle due valigie c’erano sogni, paure, affetti, e la ferma volontà di fuggire da un regime che negava la libertà di espressione, di religione, di futuro. Il 9 maggio, il libro sarà presentato ufficialmente alla Biblioteca Comunale di Ladispoli, in presenza dell’autore e delle autorità cittadine. Un’occasione preziosa non solo per incontrare Angelo Alfani – scrittore attento, sensibile, profondamente legato al territorio – ma anche per riscoprire un pezzo della nostra memoria collettiva.
Sì, perché molti di questi migranti invisibili passarono proprio da qui, dalle nostre coste. A Ladispoli, a Ostia, a Santa Marinella, rimasero per giorni, settimane, mesi, in attesa di un visto per il Canada o per gli Stati Uniti. Nomi che oggi scorriamo in fretta sulle mappe turistiche, ma che per quegli uomini e quelle donne rappresentavano una sosta tra la paura e la speranza.
Con uno stile asciutto ma ricco di umanità, Alfani ci guida in questo viaggio tra esistenze sospese, tra alberghi affollati, lingue sconosciute e una quotidianità fatta di incontri e attese. Il libro non ha la presunzione di spiegare la storia con la S maiuscola, ma sa raccontare le storie – quelle vere – che l’hanno attraversata.
E lo fa con rispetto, empatia e consapevolezza, dando voce a chi voce non ha avuto, e restituendo dignità a una migrazione che è passata sotto silenzio, ma che ha toccato in profondità la nostra comunità
locale. “Due valige a testa” non è solo un libro da leggere. È un libro da sentire, da portare con sé. È una finestra aperta sul passato, ma anche un invito a riflettere sull’oggi, su quanto siano attuali quei temi di accoglienza, di integrazione, di dignità. Un’opera che merita attenzione, ascolto, e spazio. Perché raccontare il passato è un modo per illuminare il presente.

Di seguito la recensione di Angela Barba, Docente di Lettere Classiche – “Non c’è grasso più gradito di quello che è attaccato alle proprie ossa”, afferma il poeta Walt Whitman.
Se riconosciamo noi stessi, come individui e come membri di una comunità, nella relazione significativa con il contesto in cui viviamo, allora raccontare le storie del nostro territorio assolverà a molteplici funzioni: approfondire la comprensione della propria identità, riattivare la memoria storica condivisa, riscoprire vicende che fanno parte di un’esperienza collettiva, comprendere cosa i nostri luoghi raccontino e come la ricostruzione dei fatti passati possa contribuire ad illuminare il presente.
La storia locale, che implica sempre un ricorso sistematico alle fonti primarie, partendo dal “vicino” può aprire talora scorci inaspettati sul “lontano”, seguendo ad esempio i percorsi tortuosi, ed umanamente avvincenti, dell’emigrazione economica e politica. E’ il caso per l’appunto di Ladispoli che negli anni ‘80 del secolo scorso divenne crocevia tra l’URSS e l’Occidente, accogliendo migliaia di ebrei sovietici in attesa del visto per altre destinazioni, vicenda raccontata in questo libro di Angelo Alfani.
Un libro che si “fa leggere”: chiaro, interessante, “didattico” nel senso più bello del termine, ovvero in grado di divulgare, rivelare ed illustrare vicende che sarebbero rimaste ignote ai più se il ricercatore/narratore/intervistatore non ce le avesse presentate attraverso l’esposizione di micro-storie (i vissuti dei testimoni rievocati attraverso il filtro del recupero memoriale) che sostanziano la macro-storia.
Quest’ultima assume nella migliore delle ipotesi la forma di una narrazione impersonale o si presta spesso ad essere resoconto di parte. Le storie contenute nel libro, invece, oltre a restituirci intatto il genius loci di una Ladispoli vista attraverso lo sguardo straniante e straniato dei refusenik, ci proiettano nel cuore della seconda metà del Novecento di cui offrono delle chiavi interpretative attraverso l’evidenza nuda dei fatti.
Raccontare vite (immerse nel flusso incandescente del “secolo breve” in un tempo e in luogo ben precisi), dare voce ad uomini, donne e bambini colti nell’atto di un mutamento esistenziale che li ha visti sostare in un luogo che lascerà in loro una traccia indelebile, è una testimonianza importante ma anche un atto d’amore: verso questa umanità raffigurata come “spaesata” e sradicata, verso se stessi (perché l’atto del narrare nasce sempre da un ineludibile bisogno di farlo) e verso la propria terra.









