La spesa media annua passa da 82 a oltre 101 euro. Crescono soprattutto bonifici, pagamenti e prelievi. Intanto sui conti delle famiglie italiane restano 1.163 miliardi, ma con forti differenze territoriali
Conti correnti sempre più cari: in dieci anni costi aumentati del 23% –
Tenere aperto e utilizzare un conto corrente costa sempre di più agli italiani. Nell’arco di dieci anni la spesa media sostenuta dalle famiglie è aumentata del 23%, passando da 82,2 euro a 101,1 euro l’anno, con un incremento di quasi 19 euro. È quanto emerge da uno studio dell’Adusbef elaborato sulla base degli ultimi dati della Banca d’Italia.

A pesare maggiormente sulle tasche dei correntisti sono soprattutto le spese variabili, legate alle operazioni effettuate durante l’anno: bonifici, pagamenti, prelievi e altri servizi. Questa componente è cresciuta del 34,2%, passando mediamente da 26,6 a 35,7 euro. Ancora più marcato l’aumento delle spese per le singole disposizioni bancarie, salite del 62,6% nell’arco del decennio. Più contenuto, anche se significativo, l’incremento delle spese fisse – come canoni e carte – che raggiunge il 17,6%, passando da 55,6 a 65,4 euro.
Nei conti degli italiani 1.163 miliardi
Parallelamente all’aumento dei costi bancari cresce anche la quantità di denaro lasciata dalle famiglie sui conti correnti. Al 31 maggio 2026 i depositi raggiungono complessivamente circa 1.163 miliardi di euro. La distribuzione della liquidità, tuttavia, mostra un’Italia profondamente divisa.
La Lombardia concentra da sola quasi 239 miliardi di euro, circa il 20% del totale nazionale, seguita dal Lazio con 122 miliardi e dal Veneto con 105 miliardi. Se si considera invece la disponibilità media per abitante, in testa si trova la provincia di Bolzano, con quasi 30.400 euro pro capite, davanti a Milano con 27.900 euro e Piacenza con 26.800. All’estremo opposto c’è Crotone, con circa 9.679 euro per residente.
Più risparmi, ma non necessariamente più ricchezza
Il valore nominale dei depositi è aumentato del 28,3% in dieci anni, ma il dato cambia sensibilmente considerando l’inflazione accumulata nello stesso periodo. Depurata dall’aumento generale dei prezzi, la crescita della ricchezza depositata sui conti si riduce infatti al 4,7%.
Dietro l’accumulo di liquidità potrebbe quindi esserci non soltanto una maggiore capacità di risparmio, ma anche la prudenza delle famiglie davanti all’incertezza economica. Secondo Adusbef, l’aumento dei depositi non può essere interpretato automaticamente come un segnale di maggiore benessere: in molti casi il risparmio deriva anche dalla rinuncia ai consumi.
Il quadro che emerge è dunque duplice: gli italiani continuano a lasciare ingenti somme sui propri conti, mentre per utilizzare quegli stessi conti pagano sempre di più. Un aumento che, soprattutto sul fronte delle operazioni quotidiane, rende il costo dei servizi bancari una voce sempre meno marginale nei bilanci familiari.









