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Sì, andrà tutto bene. Basterebbe parlare la stessa lingua





Sì, andrà tutto bene

di Riccardo Dionisi

627.

Un numero che mi piacerebbe fosse insignificante, primo di sostanza. Invece è materia, carne. E’ il numero delle persone che oggi, 20 marzo 2020, hanno smesso di vivere a causa (molte persone già avevano altre complicanze) del #coronavirus. Ecco che quel numero, allora, si trasforma in qualcosa di inquietante, a tal punto da far vacillare, per qualche attimo, quel pizzico di serenità che alberga in chi prova a scrivervi questa breve riflessione.

Siamo nel bel mezzo di una guerra con un nemico invisibile. Raccontare ai bambini cosa è questo stramaledetto COVID19 non è, e mi rivolgo ai tanti genitori che sono in questa situazione, una cosa facile. Ha una forma, un colore, una lingua? Ha delle abitudini? Sarebbe più semplice descriverlo come un nemico invisibile che si combatte con la perseveranza, la speranza e le corrette abitudini? Lo capirebbero? No, qui ci vuole un supereroe in grado di stuzzicare la loro fantasia e di instillare fiducia nel futuro. Iron Man, Capitan America, Hulk, Spiderman, Black Widow: loro sì che sarebbero in grado di salvare l’umanità da questa pandemia.

Pandemia: questo sostantivo femminile già come sonorità non è affatto rassicurante. Non lo è tanto meno se si va all’etimologia e al significato della parola. Una epidemia al quadrato per essere semplici e banali. In un mese e poco più il nostro paese e tutto il mondo conosciuto si sono ritrovati con la testa nell’acqua, in asfissia. Una termine di poche sillabe ha messo in ginocchio non solo il nostro paese, ma sta facendo vacillare le sicurezze delle super potenze. Un contagio che si diffonde ed espande manco fosse una bottiglia di olio versata in terra. E’ vero, prima o poi ne usciremo, forse con le ossa rotte, ma la luce ci attende in fondo a questo tunnel.

Sì, andrà tutto bene. Basterebbe parlare la stessa lingua
Sì, andrà tutto bene. Basterebbe parlare la stessa lingua

E’ cosa avremo imparato? Poco a giudicare da quello che sta succedendo in questi giorni e se analizziamo quei comportamenti sciocchi ed egoisti che tanti nostri concittadini stanno mettendo in campo. Liberiamo il campo, per un attimo, da qualsiasi idea complottista che vorrebbe il virus calato da chissà quale complotto internazionale con finalità ben precise e mirate. Non è questo che mi interessa raccontare ora. Tolte le teorie più disparate cosa resta? Restano le angosce quotidiane.

Resta quella sensazione di vuoto che ci coglie al mattino quando apriamo gli occhi e le finestre sapendo che non sarà una giornata normale, che non saranno settimane normali, forse mesi normali. Oltre a questo c’è molto di più: c’è la caparbietà di chi sta combattendo per noi, con turni massacranti, mettendo a repentaglio la propria vita e quella dei propri cari. Ci sono medici, infermieri, operatori sanitari e tutto il tessuto produttivo di un paese che non può fermarsi perché deve mantenere viva la speranza e pieni i nostri stomaci. Beh, di fronte a questi sforzi, a questo sudore che scende dalla fronte di chi si fa in quattro per il bene altrui, noi sappiamo mettere in campo dosi di egoismo e di superficialità imbarazzanti, difficili da raccontare.

Siamo ancora lì, in giro, a crederci immortali, intoccabili, immuni. Siamo talmente pieni di noi stessi da credere che non ci toccherà, che le nostre famiglie sono al sicuro, che non sarà il nostro comportamento irresponsabile a mettere a rischio l’incolumità altrui. Indisciplinati al punto da spingere i sindaci di tantissimi comuni a emanare ordinanze ancora più restrittive dei decreti ministeriali. Siamo talmente menefreghisti che nonostante ci stiano ripetendo attraverso tutti i canali comunicativi possibili di stare a casa, a noi, come direbbe una mamma al figlio che non vuole ascoltare, “da una parte ci entra e dall’altra ci esce”. Alla faccia di chi, invece, fa di tutto per tenere comportamenti nobili e corretti.

Siamo talmente arroccati nella nostro microcosmo fatto di sicurezze e invulnerabilità che non ci spaventa nemmeno il bollettino di guerra odierno decantato dalla protezione civile. Ci rifugiamo dietro una bandiera e un inno che sono sì una cosa meravigliosa, che danno sì il senso di appartenenza, ma poi dietro a questo gesto ci vuole la sostanza, la consapevolezza che solo se uniti davvero, nell’agire e nella lingua dei comportamenti, possiamo uscire da questo tunnel che solo noi possiamo aiutare ad accorciare.

“Siamo un grande paese”, ha ripetuto spesso in questi giorni il presidente del consiglio. E’ vero lo siamo: abbiamo insegnato al mondo la bellezza, siamo i custodi della storia, della parola, della scienza, del gusto della vita, ma siamo anche, oggi, qualche volta privi di una bussola. Questo paese ha bisogno dei nostri balconi e dei nostri sorrisi, del nostro tricolore e del nostro orgoglio, ma anche di silenzio, di rispetto per le tante, troppe, famiglie che non hanno più la forza di cantare e la voglia di alzare gli occhi.

Non sarà il Covid19 a cancellare la nostra vita, sarà solo un brutto ricordo, una fase della storia da suggellare nei libri.

Cosa avremo imparato? Che direzione avremo preso?

Oggi obbligati a sognare dentro le mura domestiche ripartiamo dal buonsenso, dal senso civico, dal rispetto e dalla solidarietà. Non sarà un’ora d’aria in meno a toglierci qualcosa. Anzi. Nel momento in cui torneremo a respirare a pieni polmoni dimenticheremo anche quelle mascherine allacciate alle nostre orecchie.

Avremo davanti solo la luce e la voglia di tornare a vivere. Allora, oggi, impariamo a parlare la stessa lingua, a tenere la stessa direzione.

#andràtuttobene