Prossima protagonista del nuovo film del premio Oscar Sean Baker, l’attrice racconta il padre, il suo rifugio a Cerveteri e l’amicizia con Roberto Di Berardino. Dai ricordi più intimi al peso dei paragoni, una conversazione con una donna che rivendica la propria libertà: “Non voglio rassicurare nessuno”.
di Giovanni Zucconi
Lo confesso: prima di chiamare Vera Gemma avevo qualche timore per le domande che stavo per farle. Temevo una sua qualche reazione. Lei è un personaggio conosciuto, un’attrice con una propria carriera nel cinema e nella televisione. Una donna dalla personalità forte, particolare. Impossibile da racchiudere dentro le definizioni più comode. E io stavo per farle, ancora una volta, molte domande su suo padre. Come se lei quasi non esistesse.

Pensavo potesse essere stanca di parlare di Giuliano Gemma. Che potesse considerarlo quasi un modo per lasciare in secondo piano la sua storia. Ma mi sbagliavo.
“Quando mi chiedono di ricordare papà sono solo felice. Penso che se lo meriti”, mi ha risposto subito. E da quel momento la prudenza iniziale ha lasciato spazio a una lunga chiacchierata nella quale Giuliano Gemma è rimasto al centro, ma dalla quale è emersa con altrettanta forza Vera. Orgogliosa di quel cognome, ma determinata a costruire da sola il proprio percorso. Insofferente ai paragoni e ai giudizi. Ribelle non nei confronti del padre, ma verso ogni tentativo di omologazione.
Vera Gemma è una donna che non vuole rassicurare nessuno. E che presto sarà la protagonista del nuovo film di Sean Baker, il regista premio Oscar di Anora. Ma è anche una figlia che oggi vive nel loft di Trastevere appartenuto al padre. Circondata dai suoi premi e dai suoi ricordi.
Nel mezzo di questa lunga chiacchierata c’è Cerveteri, il luogo nel quale Giuliano Gemma aveva trovato la libertà di sentirsi una persona come tutte le altre. E c’è Roberto Di Berardino, uno degli ultimi grandi amici dell’attore, rimasto vicino fino all’ultimo anche alla sua famiglia.
Vera, prima di iniziare questa intervista temevo che potesse darle fastidio ricevere ancora tante domande su suo padre. E di non essere lei al centro dell’intervista. Come vive questa cosa?
“Non mi dà per niente fastidio. Sono abituata, ovviamente, ma è sempre un piacere poter ricordare papà. Anzi, vorrei poterlo ricordare anche di più. Quello che mi dà fastidio è quando fanno i paragoni tra me e lui. Io sono una donna, lui era un uomo e non si possono paragonare le nostre carriere. Soprattutto è difficile confrontarsi con una carriera come quella di papà, che è passato attraverso tutti i generi cinematografici e che, già a 25 anni, era famoso in tutto il mondo. Ognuno ha la propria storia ed è figlio del proprio periodo e del proprio cinema. Ma quando mi chiedono di ricordarlo, come sta facendo lei, sono soltanto felice. Penso che se lo meriti”.

Attraverso i racconti di Roberto Di Berardino abbiamo conosciuto un Giuliano Gemma molto diverso dal divo. Più umano e, per alcuni aspetti, anche fragile. Chi era veramente suo padre?
“C’era sicuramente un grande contrasto tra il divo, tra virgolette, e l’uomo. Papà era estremamente ancorato alle cose vere ed era una persona incredibilmente umile. Gli piacevano le cose semplici. Aveva girato il mondo e conosciuto i migliori alberghi, ma poi era felice anche di mangiare un panino con la mortadella seduto per strada.
Era disarmante da questo punto di vista. E credo che oggi molti dovrebbero imparare da lui. Non si è mai sentito più importante di nessuno. Era consapevole della propria forza cinematografica e sapeva farsi rispettare. Ma nella vita non si era mai montato la testa. Si considerava anche fortunato, ed era profondamente riconoscente per la carriera che aveva avuto”.
Suo padre ha attraversato generi cinematografici molto diversi, dai western al cinema d’autore. Come guardava alle varie fasi della sua carriera?
“Con grande orgoglio e riconoscenza. Papà, per esempio, non ha mai rinnegato i western. Anche dopo essere passato a film come Corleone, Il prefetto di ferro o Il deserto dei Tartari di Zurlini, ed essere stato premiato come miglior attore, continuava a parlare molto volentieri dei film che lo avevano reso famoso in tutto il mondo.
Diceva: “Io al western devo tutto, perché non dovrei esserne fiero?”. Alcuni attori, quando passano da un genere considerato più leggero a un cinema ritenuto più impegnato, tendono quasi a rinnegare ciò che hanno fatto prima. Lui non lo ha mai fatto. Non credeva che esistesse un cinema degno di rispetto e un altro da dimenticare. Non gli interessava mostrare di essere diventato finalmente un attore impegnato. Lui era un attore. Punto”.

Parliamo un po’ di lei e del suo rapporto con suo padre. Giuliano Gemma riconosceva il suo talento?
“Sì. Quando facevo teatro veniva sempre a vedermi ed era molto fiero di me. Magari direttamente non mi dava grandi soddisfazioni, ma poi incontrava i suoi amici e diceva: “Ho visto mia figlia, è bravissima. Andatela a vedere”. Mi mandava persone a teatro.
C’era però anche la parte più severa del genitore. Io ho avuto un’adolescenza molto ribelle perché cercavo me stessa e la mia identità. Volevo trovare la mia strada e l’ho fatto da sola. Non ho mai lavorato con lui. Io non volevo lavorare con mio padre, e neppure lui voleva che lo facessi. Forse sono l’unica figlia d’arte in Italia che non ha mai lavorato con il proprio genitore. Papà mi riconosceva questa forza e questa indipendenza”.
Ho letto da qualche parte che durante la lavorazione del film dedicato alla sua vita e alla sua carriera le disse: “Ma lo sai che sei brava?”. Un riconoscimento arrivato tardi?
“È vero. Mi disse così. E io gli risposi: “È tutta la vita che sono brava, sei tu che non te ne sei mai accorto”. Ma era stata una provocazione, un gioco tra noi. Anche se questo suo stupore ogni volta mi infastidiva un po’. Ma alla fine, mi rispose: “Mi sa che hai ragione””.

La sua immagine pubblica è oggettivamente molto diversa da quella rigorosa e disciplinata di suo padre. È stata una scelta consapevole o una semplicemente una reazione?
“La mia immagine pubblica è stata completamente fraintesa. Io ho avuto il coraggio di essere sempre me stessa, in qualunque situazione. Anche quando partecipavo all’Isola dei famosi. Non mi interessava apparire in televisione a tutti i costi. Quello che volevo trasmettere era un messaggio di verità: bisogna avere il coraggio di essere ciò che si è, senza cercare continuamente l’approvazione degli altri.
Tantissime persone lo hanno capito. Alcune mi dicono: “Attraverso di te ho trovato il coraggio di essere me stesso”. Molte altre, invece, si sono fermate all’apparenza e mi hanno giudicata. Ma giudicare gli altri è molto più facile che guardarsi dentro. Ogni situazione fa emergere una parte diversa di noi.
All’Isola dei famosi hai fame, devi difenderti e sopravvivere. È naturale che venga fuori il lato più combattivo, non il massimo della dolcezza. Se partecipi a Belve, dove tutto è costruito sulla provocazione, reagisci provocando ancora di più. Se cercano di mettermi in imbarazzo, io rispondo raccontando le cose più folli che ho fatto nella vita. Chi vede soltanto quel momento può pensare: “Questa è una pazza”. Ma quella è solo una parte di me. Io non temo il giudizio della gente, perché credo che, a lungo andare, la verità su chi sei venga fuori. Per conoscere una persona nella sua totalità, però, servono tempo e molte occasioni”.

Questa sua ribellione nasce anche dal rapporto con suo padre?
“No. C’è sicuramente in me una componente di ribellione, ma non verso mio padre. È una ribellione al politicamente corretto. Alla ricerca dell’approvazione a tutti i costi e a una società nella quale tutti tendono a omologarsi. Sappiamo quale frase pronunciare per ricevere l’applauso e come comportarci per risultare rassicuranti. Io non ho mai voluto essere niente di tutto questo. Non voglio rassicurare nessuno”.
Parlando sempre di ribellione, non ha mai pensato di rinunciare al cognome Gemma?
“Mai. Se avessi voluto farne a meno avrei potuto scegliere un nome d’arte. Invece sono molto fiera di essere Vera Gemma, figlia di Giuliano Gemma”.
Se potesse ricominciare, ci sarebbe qualcosa che non rifarebbe?
“No, assolutamente. Riconosco di aver commesso degli errori e che alcune cose avrei potuto evitarle. Ma non bisogna rinnegare nulla. Anche gli sbagli fanno parte del percorso che ti porta a capire, crescere e migliorare. Si deve sbagliare sulla propria pelle e bisogna essere, in qualche modo, fieri di averlo fatto. Senza errori non esiste crescita”.

Come è nata l’idea del docufilm “Giuliano Gemma: un italiano nel mondo?”, quello proiettato anche a Cerveteri la scorsa settimana? E come ha reagito suo padre alla proposta di un film dedicato a lui?
“Spesso, in Italia e non soltanto, si fanno documentari sugli artisti quando sono morti. Improvvisamente tutti ricordano quanto fossero grandi e bravi. Una volta ho scritto su Instagram: “Vuoi essere amato da tutti? Muori”. Io non volevo aspettare che papà non ci fosse più. Volevo fare questo documentario come una prova d’amore nei suoi confronti, mentre era ancora qui. Volevo che lo vedesse e che ci fosse anche lui a raccontarsi.
All’inizio non era d’accordo. Diceva: “Sembra che ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli”. Gli spiegai: “Papà, sono io che omaggio te e ho tutto il diritto di farlo come figlia”. Con la sua umiltà mi chiedeva anche: “Ma a chi interessa un documentario su di me?”. E io gli rispondevo: “A tutti, papà. A tutto il mondo”.
Poi, a mano a mano che andavamo avanti, si è appassionato. Gli piaceva tantissimo partecipare alla lavorazione e al montaggio. Lo coinvolgevo nella scelta delle scene: “Papà, quella scazzottata bellissima in che film era? Non me lo ricordo”. Lui mi indicava dove cercarla e insieme trovavamo le cose da inserire. È stato un documentario fatto per lui, ma anche insieme a lui”.
Come guardava suo padre al proprio passato? Con quale stato d’animo ripercorreva i ricordi della sua vita?
“Aveva un rapporto molto intenso con i ricordi e gli faceva sempre piacere raccontare gli episodi del passato. Ne parlava con felicità e riconoscenza, senza tristezza o nostalgia. Era grato per la vita che aveva avuto, per aver girato il mondo e lavorato con tanti registi che gli avevano lasciato molto. Con quasi tutti aveva avuto un bellissimo rapporto. I ricordi del lavoro, ma anche quelli della vita personale, erano per lui una fonte di gioia.
Forse quelli che amava meno erano i ricordi dell’infanzia, perché era stata piuttosto difficile. Non veniva da una famiglia agiata. Suo padre aveva il vizio del gioco e sua madre, che lui adorava e che aveva perso, era malata. Diciamo che l’infanzia non era il periodo che ricordava più volentieri”.

E per lei che significato ha l’idea di essere ricordata, anche quando non ci sarà più, attraverso il suo lavoro?
“Credo che in chi sceglie questo mestiere ci sia, prima di tutto, un desiderio d’amore. Il bisogno di essere amati, anche se quello del pubblico è un amore astratto, irreale, che non puoi toccare veramente. Essere amati da tutti, alla fine, può essere come non essere amati da nessuno. Se vivi un momento di solitudine, sapere che il tuo film è amato da tutti non basta a consolarti. Eppure, quel desiderio d’amore c’è.
Poi c’è il desiderio di immortalità. Attraverso un film, un libro, qualunque cosa crei, cerchi di lasciare qualcosa che rimanga per sempre. È un desiderio di non morire. Un desiderio disperato, che credo appartenga a ogni artista. Può sembrare presuntuoso parlare di immortalità, ma in fondo è questo: lasciare qualcosa che continui a esistere. Perché se lasci qualcosa per sempre, non muori”.
Nei giorni scorsi, proprio in occasione del compleanno di suo padre, il film è stato proiettato in una piazza gremita a Cerveteri. Che effetto le fa sapere che questo affetto per Giuliano Gemma è ancora così forte?
“È bellissimo. Forse gli addetti ai lavori ricordano troppo poco papà. Ma, d’altronde, in Italia si ricordano troppo poco anche Gassman, Tognazzi e Sordi. Questo Paese tende a dimenticare molto facilmente. L’amore del pubblico, però, non si può controllare. E quello nei confronti di papà è ancora enorme. Lo sento per strada, tra la gente semplice. Le donne mi fermano e mi dicono: “Sono stata innamorata di tuo padre per tutta la vita”. Gli uomini mi raccontano di avere sempre sognato di essere Giuliano Gemma.
Attraverso di lui il pubblico poteva immaginare un mondo nel quale il bene vinceva sul male. Era questo angelo bellissimo che faceva giustizia. Anche quando sparava sembrava quasi troppo bello e troppo buono per farlo. Rappresentava una forma di giustizia buona e faceva sognare le persone”.

Essere la figlia di uno degli uomini più belli del cinema ha condizionato il suo rapporto con la bellezza?
“È stato un rapporto molto conflittuale. Io, sinceramente, mi ritengo bella. Ma per tutta la vita mi sono sentita dire: “Non è bella come il padre”, oppure: “Certo, il padre quanto era bello”. Come se avessi deciso io come nascere, e come se fosse una mia colpa non essere bella quanto uno degli uomini più belli del mondo.
Io somiglio a mia madre, non molto a papà. Lasciatemi vivere la mia bellezza, la mia personalità e il mio modo di essere bella. Non devo necessariamente somigliare a lui. Questo continuo confronto è stato veramente crudele nei miei confronti. Ancora oggi, sotto le mie foto, qualcuno scrive: “Certo, il padre era proprio bello”. Questo non vuol dire che io non sia bella. Vuol dire che la gente sfoga su di me le proprie frustrazioni».
Che cosa rappresentava Cerveteri per Giuliano Gemma?
“Papà amava Cerveteri. Era il suo rifugio. Soprattutto negli ultimi anni trascorreva qui moltissimo tempo e molto meno a Roma. Amava la sua casa, ma a Cerveteri si sentiva soprattutto libero.
Con Roberto Di Berardino se ne andava sempre in giro. Andavano al bingo, mangiavano i panini per strada. Per lui era quasi una nuova vita. Nella quale poteva sentirsi un paesano e fare ciò che voleva nella libertà più totale. Dopo avere trascorso una vita a essere riconosciuto e a firmare autografi, aveva bisogno di tutto questo. Cerveteri si era abituata alla sua presenza. Le persone lo salutavano come uno di casa, non come Giuliano Gemma”.
Roberto Di Berardino conserva ancora un ricordo molto intenso di suo padre
“Lo so. Roberto gli voleva veramente bene. È commovente quanto gli abbia voluto bene, e quanto ancora si commuova quando parla di lui. È uno dei pochi amici di papà rimasti vicini anche a noi. Molti dei suoi amici storici non ci sono più. Tra gli ultimi grandi amici di papà, Roberto è quello con il quale noi figlie abbiamo mantenuto un bel rapporto”.

Chiudiamo con la più classica delle domande: qual è il suo sogno artistico nel cassetto?
“Il mio sogno artistico lo sto realizzando. Sarò la protagonista del prossimo film di Sean Baker. Sto per fare un grosso film in America, con un grande regista premio Oscar. Del film, però, per ora non voglio parlare troppo”.
Prima di salutarci, la ringrazio per il privilegio di averla potuta intervistare. Ma lei risponde: “Grazie a te che mi hai permesso di ricordare papà”. Ed è forse in queste poche parole che si trova il senso più autentico di tutta la nostra conversazione. Dietro la donna forte, libera e ribelle che non ha mai cercato di somigliare a nessuno, c’è una figlia ancora profondamente orgogliosa del proprio padre. E che è felice ogni volta che qualcuno le offre l’occasione di farlo vivere ancora attraverso un ricordo.










