Samanta racconta come la Festa Patronale diventi scuola di fede, comunità e accoglienza per tutti
Ladispoli, il Sacro Cuore che unisce i cuori –

di Gian Domenico Daddabbo
Salve a tutti, buona sera. Ci troviamo qua presso gli uffici parrocchiali della chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Ladispoli con Samanta, una del team delle catechiste, anche lei madre di famiglia, come la nostra presentatrice Veronica, molto impegnata in parrocchia. In questa occasione, vogliamo fare anche con lei una risonanza della Festa del Sacro Cuore, che si è tenuta a metà giugno e ci ha coinvolti tutti: proprio questo è il bello. Stiamo tre giorni insieme, affrontiamo il tour de force, però c’è anche tanto sano divertimento e tutto questo ci aiuta a conoscerci meglio.
Allora, anzitutto, Samanta, benvenuta. Cos’è la devozione al Sacro Cuore e che cos’è la Festa del Sacro Cuore?
Allora, guarda, per me è stata una scoperta e una fortuna trovare il Sacro Cuore. Noi ci siamo trasferiti a Ladispoli, siamo liguri entrambi, sia io che mio marito. Quando siamo arrivati qui nel 2007, non conoscevamo assolutamente nessuno. Il fatto di cominciare a frequentare la parrocchia, prima non da soli, e poi con mia figlia, quando ha iniziato la catechesi, ha significato trovare un punto di riferimento, un punto d’incontro e da lì è iniziato e cresciuto questo rapporto che poi è andato avanti. Come ho detto insieme agli altri catechisti, quando abbiamo fatto il nostro omaggio per la Festa, per noi è veramente un faro, una linea-guida, perché penso proprio che siano i cuori di Gesù e Maria che c’indirizzano e danno la via, la direzione, l’impronta a quello che è il nostro ministero, quindi quello che ci dà la forza, la voglia, la disponibilità, anche quando sarebbe più semplice dire: «Ma chi me lo fa fare? Ma lascia stare!». La Festa del Sacro Cuore è stata
un po’ il compimento di questo gruppo, in cui sono entrata alla fine, perché comunque l’ho conosciuto, dapprima come mamma, come fedele, semplice membro del Popolo di Dio, poi da catechista e, piano, piano sono stata invitata a dare il mio contributo, piccolo, ma c’è anche il mio alla Festa del Sacro Cuore. È un bel momento, il compimento di quest’incontro che abbiamo fatto.
Certo, ciascuno dà il suo piccolo contributo affinché le cose vadano sempre meglio. In questi anni in cui hai partecipato, secondo te, si può migliorare qualcosa?
Si può sempre migliorare qualcosa in tutti gli ambiti della vita, assolutamente sì. Il bello è che c’è sempre questa volontà di fare meglio, ma non tanto per essere più belli, perché alla fine il rischio è quello, voler fare sempre di più, quasi per mettersi in vetrina. Invece no. C’è sempre la volontà di fare sempre meglio proprio per arricchire quello che è l’esperienza della festa, non tanto l’immagine, anche perché arricchendo l’esperienza umana nella festa, è ovvio che si rispecchi in quello che è invece, non solo la vetrina. C’è, sì, sempre la volontà di fare meglio, tuttavia quando finiamo la Festa stanchi, ma contenti, siamo sempre soddisfatti.
Assolutamente. Non a caso il nostro ex-parroco Don Giuseppe (detto DonGiu) non nascose mai il suo apprezzamento per il lavoro che svolgiamo, però ci metteva sempre in guardia dalla tentazione dell’efficientismo, cioè voler essere efficienti a tutti i costi, infatti questa tentazione si esprime nell’ossessione dell’immagine di cui hai giustamente parlato. Che ruolo può giocare la fede, quando questa tentazione ci si presenta sul nostro cammino?
La fede è un po’ il nostro semaforo, alla fin fine, perché è quella che ci ridimensiona. Il rischio è quello: far passare in primo piano solo la parte estetica, solo l’immagine della Festa, ma il vero animo della Festa del Sacro Cuore, che ho conosciuto e vissuto negli ultimissimi anni, non è quello, per fortuna. Io penso che la
fede sia proprio il binario che ci tiene sulla rotta giusta e ci ridimensiona. Ci mette in discussione. Ci mette in discussione, ma ci fa vivere la dimensione giusta della cosa, non ci fa deragliare verso direzioni sbagliate, insomma.
Certamente. Ormai la Festa del Sacro Cuore si può considerare come evento cittadino e non solo parrocchiale. Molti vengono da altre parrocchie; ma anche credenti di altre fedi, fra cui mussulmani, indù e sikh si uniscono a noi. Allora, secondo te, possiamo contribuire a un vero e sano ecumenismo attraverso la nostra Festa Patronale nel coinvolgere queste persone di altre fedi nello spirito del Concilio Vaticano II?
Intanto è bellissimo quello che dici, ovvero che la Festa Patronale non è più solamente della parrocchia, bensì si è allargata anche al quartiere e adesso sta prendendo una dimensione cittadina, perché comunque siamo una bella realtà ed è bello poter condividerla anche con gli altri. A maggior ragione è bello poter condividerla con gente di credi diversi dal nostro. Ma credo che la prima cosa e la più semplice sia quella di lasciare sempre la porta aperta, nel senso di accogliere tutti quelli che vengono e condividono qualcosa con noi. Infondo il primo posto dove si fa condivisione è intorno al tavolo, intorno al cibo e intorno alla Festa e comunque quello è il primo punto di contatto che possiamo avere, qualunque sia il nostro credo. Perciò il fatto che vengano per la festa a condividere questa gioia con noi è una grandissima cosa. Penso che come parrocchia stiamo già facendo molto per cercare d’incontrare tanti credi e fedi diversi. Ricordo che una delle prime esperienze che ho fatte qui come mamma, quando Rebecca ha iniziato il catechismo, è stata la Festa dei Popoli nel salone ed è stata un’esperienza divertentissima. Bellissimo è stato anche l’incontro che abbiamo fatto con le comunità romena e nigeriana durante l’evento. Quindi non credo ci sia niente di complicato a nostro livello d’accoglienza, per coinvolgere gli altri; penso sia proprio quello, la volontà di fare comunità, di lasciare la porta e le braccia aperte, anche indipendentemente dalla Festa.
Infin dei conti, Papa Francesco disse a Lisbona «¡Todos, todos, todos!» per esprime l’apertura della Chiesa a tutti. C’è un altro aspetto su cui vorrei focalizzarmi. Ormai alla Festa del SC non manca mai la musica anni ’60,’70,’80 e ’90. Ogni volta che ascolto determinate canzoni, non posso fare a meno di ricordare un determinato momento della mia vita a cui quelle canzoni sono legate, per esempio gli anni del liceo. Allora, secondo te, anche le canzoni hanno a che fare con il cuore?
Assolutamente sì. Tutto ha a che fare con il cuore. Proust insegna che anche un dolcetto intento nel tè ti rievoca qualcosa. Credo che la musica sia uno dei veicoli principali, che ci riporta tutti a determinati momenti belli e brutti. Riguardo questa cosa che mi dicevi, mi veniva in mente un momento del sabato sera,
in una delle pause, sentendo una di queste canzoni degli anni ’80 con una coetanea. Ci è venuto spontaneo ridere, perché eravamo tutte contente di ascoltare questa musica, ma quando abbiamo fatto il conto, che era una canzone di quarant’anni prima, eravamo un po’ meno felici. Assolutamente sì, la musica è un elemento fondamentale per la Festa, ma per la vita di tutti i giorni, per i momenti belli, ma anche per quelli brutti.
Certo. C’è anche l’aspetto dei gemellaggi. Dopo i gemellaggi con le nuove comunità di P. George Woodall e Don Isidor Mirt gli anni scorsi e quello con la comunità rumena quest’anno, per il prossimo anno ho lanciato a Don Gianni la proposta del gemellaggio con i Legionari di Cristo, anche loro molto devoti al Sacro Cuore. Pensi che questi gemellaggi possano aiutarci a guardare al di là del nostro “orticello”, così da riscoprire l’universalità della Chiesa e costruire fraternità come Papa Francesco di venerata memoria ci esorta a fare nella Fratelli Tutti?
Certo che sì. Purtroppo, se ti guardi intorno, constati che non c’è più voglia di conoscere l’altro, si cerca sempre di ridurre il contatto al minimo indispensabile ed è tristissimo. Almeno io sono cresciuta in una cittadina molto piccola, ora non so come Ladispoli poteva essere negli anni ’70-’80, sta di fatto che era una
di quelle comunità in cui ci si conosceva tutti, per questo sono stata abituata a vivere in un contesto di comunità vissuta. Quindi trovarmi adesso in situazioni in cui ti ritrovi quasi a non conoscerti con il vicino di casa è una cosa tristissima. Se mi rendo conto già nel mio piccolo, se non faccio qualcosa per salutare il vicino sul marciapiede e a momenti non so come si chiami o che faccia abbia, m’immagino cosa potrà succedere su larga scala, se andiamo avanti così. Tutto ciò che dà l’opportunità di conoscere, andare incontro a l’altro è fondamentale, secondo me. Se tu conosci direttamente, riesci a prendere anche il bello di ciò che conosci; se al contrario ti chiudi a ostrica, non avrai mai la possibilità di renderti conto di quanto puoi arricchirti, conoscendo gli altri. Ti chiudi e cominci a pensare: «Ma sì. Cosa m’importa di conoscere quello? Infondo non me ne torna niente» ed è orribile questa situazione. Secondo me tutto ciò che ci consente di aprire il cuore e la vita agli altri è più che benvenuto.
Non a caso la Fratelli Tutti di Papa Francesco esce nel 2020, un annus horribilis, in cui abbiamo vissuto 2-3 mesi rinchiusi in casa.
È stato brutto, sì. Però abbiamo anche riscoperto la bellezza del rapporto e del contatto umani, non tutto è stato negativo.
Non tutti i mali vengono per nuocere.
Esatto. Ricordo com’è stato bello ritrovarsi fuori la sera a distanza di sicurezza, da un marciapiede all’altro, pur di avere un contatto con qualcuno. Ci siamo riappropriati di tempi e situazioni, che altrimenti ci sarebbero sfuggiti di mano a motivo della furia della quotidianità.
Abbiamo spesso affrontato il problema dell’abbandono della Chiesa da parte di tanti giovani dopo aver fatto la Cresima, come se l’iniziazione cristiana fosse una mera pratica burocratica a cui bisogna adempiere. Come possiamo rispondere a questa problematica alla luce della devozione al Sacro Cuore e anche con l’evangelizzazione in strada che facciamo durante la Festa?
Purtroppo questa realtà che hai menzionata è terribile. Me ne accorgo stando a contatto con i ragazzi della catechesi. Soprattutto quest’anno ho i ragazzi che faranno la Cresima, parliamo dei ragazzi di quinta elementare e prima media. Qui tocchi proprio con mano l’allontanamento e la freddezza che c’è da parte di tanti ragazzi, non tutti per fortuna, tuttavia molti ragazzi e molte famiglie. Manca proprio quell’attaccamento che per noi era la normalità, non so, questa voglia di prendere parte alla vita parrocchiale, alla fede, una volta era inevitabile, e non poteva prescindere dalla vita di tutti i giorni. Adesso no. A un certo momento abbiamo messo i ragazzi davanti a quest’interrogativo, abbiamo detto loro: «Ma se non v’interessa, perché venite? Perché fate il percorso per ricevere la Cresima, se non ve ne importa niente?». Molti di loro, molto onestamente, ci hanno risposto: «Perché i miei mi ci mandano» e ti stringe il cuore. Le stiamo davvero tentando tutte per creare un rapporto con i ragazzi. Diversamente con i bambini piccoli è più facile, perché ancora si entusiasmano, luccicano loro ancora gli occhi, quando racconti loro le cose, per cui è molto più semplice; con gli adolescenti e pre-adolescenti è più complicata la cosa. Ho sempre cercato di far capire loro molto carinamente che io non voglio insegnare loro niente, non è mio compito insegnare loro qualcosa. Quello che mi piacerebbe trasmettere loro è la bellezza di un incontro che ho fatto in prima persona anni fa e anch’essi possono fare in questo momento, e far loro capire, non tanto l’importanza, quanto la bellezza di questo momento che possono vivere. Non stiamo a scuola, non posso insegnare loro niente, posso solo raccontare la mia esperienza, testimoniare ciò che ho vissuto io. Penso che parlare ai ragazzi con il cuore in mano sia la sola soluzione, cercare di far loro capire che frequentare la Chiesa non è come la pensano loro, cioè chiudersi in silenzio per dire un Rosario dietro l’altro o solo per andare a Messa, della serie “Che barba, che noia, che noia, che noia….”, per i ragazzini posso anche capire quest’aspetto. Quello che abbiamo fatto fatica a far loro capire quest’anno è proprio questo, non è solo ciò che si fa in Chiesa, quello è un aspetto, piuttosto quel qualcosa di più grande e più bello che sta dietro. Se lo vedi, lo tocchi con mano, ti piace anche quello che hai visto inizialmente come “una barba e una noia”, poiché ne capisci il valore, la valenza, pertanto abbiamo cercato di offrire loro la visione di una compagnia, più che di un mero momento di catechesi, infatti tenevamo a che vedessero l’aspetto della comunità che sta alle spalle e capissero che ricevere il Sacramento non è solo avere il timbro sul passaporto o il diplomino da appendere a fine anno, purtroppo si sta riducendo a quello ed è tristissimo. Si sta praticamente tutto riducendo al fatto “Io ho fatto il mio, ho il mio diplomino, ho preso il mio Sacramento. Ciao, ci rivediamo” e non dovrebbe essere così.
Assolutamente no. Papa Francesco denunciò molto spesso la “colonizzazione ideologica”, dobbiamo tener conto che i ragazzi soprattutto sono esposti a questo pericolo, specie quando si allontanano dalla Chiesa. Anche Papa Leone l’ha denunciata con parole proprie, in particolare durante il funerale del Cardinal Camillo Ruini, di cui il Santo Padre ha elogiato il coraggio di rispondere con il Vangelo, la Tradizione e il Magistero alla società fluida senza valori di riferimento. Come possiamo noi laici rispondere alla visione distorta dell’essere umano che il pensiero dominante impone, aiutando i nostri Pastori in quest’intento, alla luce della devozione al Sacro Cuore, per proteggere i ragazzi da tutto questo? Lo dico anche da insegnante.
Assolutamente sì. Non si può delegare solo alla parrocchia, o solo alla scuola o solo alla famiglia, deve essere un lavoro in rete da parte di tutti. D’altra parte proteggere, crescere, educare il ragazzo non è compito di un solo settore, anche perché ognuno dà la sua sfaccettatura, il suo punto di vista, il suo contributo all’arricchimento del ragazzo. Guarda, è una domanda difficilissima quella che mi hai fatta. Mi verrebbe da dire che l’unico sistema è l’offerta della propria vita con l’impegno, la perseveranza e la testimonianza. Vedi, io parlo per me, non mi sento di poter pontificare a qualcuno, fare lezione a qualcuno su queste cose. Non puoi.
Infatti, non si tratta di pontificare, nella maniera più assoluta.
Con tutta la difficoltà della cosa, perché ci troviamo in una situazione difficilissima da gestire, però credo che l’unico modo sia tenere duro e continuare a testimoniare con la tua vita, con i tuoi gesti quello che secondo te è la via giusta da seguire. Poi lascia fare a Lui.
Il vero evangelizzatore è lo Spirito Santo.
Assolutamente sì, noi siamo solo strumenti, spesso inadeguati.
Diceva Santa Madre Teresa di Calcutta: «Sono una semplice matita nelle mani del Signore». Per tornare alla Festa del Sacro Cuore, che tipo di attività proponi, affinché ci ritroviamo anche dopo l’evento? Per esempio, il cineforum che Don Gianni ha proposto l’anno scorso dopo i giorni della Festa Patronale si può rilanciare?
Assolutamente sì, è stato molto bello, oltretutto. Ma qualunque cosa. È capitato fra catechisti in occasione d’incontri per programmazioni, soprattutto nel piccolo gruppo di uscire per prendere una cosa tutti insieme, per un caffè, per esempio. Sono tutti incontri che t’arricchiscono. Dopo aver fatto gli incontri per la parte strettamente organizzativa, si organizzano anche momenti aggregativi, noi l’abbiamo fatto con i ragazzi della catechesi, abbiamo proposto loro incontri semplicemente per stare insieme, anche per mangiare insieme un panino nel salone, quindi anche per noi grandi vale la ricetta d’incontrarci, così, per stare insieme semplicemente.
Bene. Allora, lo scorso 11 giugno, vigilia del Sacro Cuore, i vescovi statunitensi hanno consacrato il loro Paese al Cuore di Gesù. Cosa significa per te quest’evento e può in qualche modo scuotere noi abitanti di questa sponda dell’Atlantico, affinché ritroviamo la fede?
Me lo auguro. Perché, veramente, ci stiamo allontanando. Fa impressione a volte vedere quanto in paesi stranieri, anche lontani da noi, la fede sia, passami l’espressione brutta, molto più forte di quella che viviamo in Italia o in Europa. Questo mi fa pensare. Infin dei conti, questa è la culla, eppure ci stiamo allontanando. Spero che questa consacrazione dia una bella spinta.
Che ruolo ha la devozione al Sacro Cuore nella tua vita familiare e nella tua mansione di catechista?
Lo dicevo all’inizio. L’abbiamo scritto nell’omaggio che abbiamo fatto come catechesi. Ho definito la devozione al Sacro Cuore come ciò che dà l’impronta al nostro ministero, per forza di cose. È quello che ci aiuta e plasma quello che è lo stile della catechesi ed è quello che cerco di portare in famiglia, infatti sarebbe
ipocrita agire in un modo nella gestione della catechesi e l’opposto in famiglia. Penso sia quello, c’è tutta la voglia di far battere i cuori con quello di Gesù.
Va bene. Grazie per essere stata con noi, Samanta, e a presto.









