L’artista illustra il significato storico, mitologico e simbolico del celebre capolavoro della ceramica greca, oggi custodito al Museo di Cerveteri
Ladispoli, Fiorella Palumbo racconta il Vaso di Eufronio –

di Gian Domenico Daddabbo
Salve, buongiorno a tutti, ci troviamo sempre qua, nella Sala Rossellini con Fiorella Palumbo, una degli artisti che hanno partecipato a questa mostra. Purtroppo il luogo dove ci troviamo è molto marginale e vorremmo che in un futuro le opere artistiche fossero esposte in uno spazio più frequentato, ma va bene così.
Anzitutto, Fiorella, cosa vuoi dirci sul concetto di arte?
In questa sala c’è una mostra, secondo me, la più bella che sia mai stata fatta finora in questa città. Si tratta di una mostra di arte pascolare, quindi sono tutte opere realizzate da ceramisti, pittori, insomma si trova di tutto: dal sasso dipinto alla riproduzione del vaso etrusco e altri manufatti molto belli. Consiglio fortemente di vedere e far vedere, pubblicizzare quest’evento, un evento di arte e di cultura in definitiva, perciò con questo tipo d’iniziative a Ladispoli si cura anche la cultura attraverso la vocazione di questi artisti che si prodigano e dilettano nell’arte della ceramica. Personalmente ho partecipato a questa mostra con il mio dipinto che riproduce vaso di Eufronio, antico vaso che ritroviamo nel museo civico di Cerveteri dal 2019 o 2020, non ricordo ora la data.
Cosa ti ha ispirata a dipingere il vaso d’Eufronio?
Quello che ora dirò. Questo vaso è considerato capolavoro e patrimonio dell’umanità. Certuni pensano che sia un vaso etrusco e invece no, è un vaso greco, di cui uno degli artisti è definito il padre della ceramica con le figure rosse. Oltre a questo, il suo aiutante, appunto il ceramista che forgiò il vaso, si chiamava Auxitheós. Era un vasaio, per cui il vasaio, appunto questo Auxitheós, ed Eufronio insieme hanno creato questo capolavoro, che è una sorta di cratere, ma viene anche chiamato “simposio”, poiché proprio nei simposi, cioè nei banchetti a cui persone importanti partecipavano, si facevano delle libagioni. Nel 1972, nell’area archeologica di Cerveteri, quella del greppo di Ceri, alcuni cosiddetti tombaroli ritrovarono il vaso d’Eufronio. Successivamente i tombaroli entrarono a contatto con un americano, che propose loro un’offerta, e vendettero il vaso per un milione di dollari, così questo vaso restò in America dagli anni ’70 fino al 2006, quando il comando dei carabinieri e l’Accademia delle Belle Arti richiesero di riportare questo vaso nell’area di appartenenza e ci fecero questa concessione. Nel 2006 il vaso fu riportato in Italia e rimase a Roma per un po’ di tempo e poi fu trasferito al museo civico di Cerveteri, dove è possibile ammirarlo in tutta la sua bellezza. E cos’è la bellezza di questo vaso? Ci troviamo davanti a un vaso ricostruito, perché è stato trovato a pezzi e poi è stato restaurato, ma soprattutto rappresenta dei racconti e per questa ragione gli esperti lo considerano come un picco della cultura del tempo. Stiamo nel VI secolo a.C, precisamente nel 503, a quanto ricordo. L’episodio che Eufronio rappresenta è ripreso dall’Iliade, pertanto ci troviamo davanti all’arte che s’ispira a Omero.
Quindi stiamo nell’ambito della mitologia.
Sì, stiamo nell’ambito della mitologia, benissimo. L’intento di Eufronio è rappresentare personaggi specifici a motivo dei messaggi che vuole lanciare. Una volta che questo vaso viene studiato i messaggi si scoprono. Prima di tutto il vaso ha due lati, A e B. Nel lato A troviamo l’episodio in cui Sarpedonte, re della Licia, viene ucciso da Patroclo, ritroviamo l’episodio nel 16.mo canto dell’Iliade. Omero racconta che Sarpedonte era un semidio e Zeus vuole salvarlo, in quanto suo figlio. Di contro il fato ricorda che non si possono salvare i figli mortali, per cui manda due suoi dei minori, chiamiamoli, psicoponti, ossia dei che svolgono la funzione di portare l’anima del morto nell’Olimpo. Da una parte troviamo Ypnós, il dio del sonno, e dall’altra Thanathos, il dio della morte. In mezzo ci troviamo Hermes, che riconosciamo da questo caduceo che tiene in braccio, oggetto che funge ad elevare quest’eroe alla gloria dell’Olimpo. Nella versione del mito che viene raccontato da Omero non ci troviamo con Hermes, ossia Mercurio, bensì Apollo. Il motivo di questo cambiamento è la priorità di Hermes, ossia di Mercurio, rispetto ad Apollo, che possiamo capire solo girando questo vaso nel lato B, dove si vedono dei giovani mentre si preparano al combattimento. Il motivo della collocazione di questa scena dietro il vaso è un invito alle giovani generazioni chiamate alla difesa della patria a riflettere sull’importanza del loro sacrificio, considerando la possibilità concreta di andare a morire e per la loro morte si guadagnano l’immortalità.
Parlando dell’aspetto di guerra e di difesa della patria. Nell’Antica Grecia era Sparta la città più guerrigliera, mentre Atene era più intellettuale, molto spesso troviamo quest’antitesi fra le due poléis.
In questo caso, al di là della distinzione che dobbiamo fare fra le due massime poléis di quel tempo, è la scelta che Eufronio ha fatto, ossia nell’arte, nella rappresentazione della meraviglia rappresentata da Omero e decantata nell’Iliade, ci troviamo in un messaggio che l’artista rivolge alle nuove generazioni, ossia Sarpedonte ha combattuto per la patria, ha combattuto con i mortali, è morto, ma ha guadagnato l’immortalità. Tu che sei giovane e ti appresti a difendere con la tua valenza la tua patria devi essere orgoglioso, perché laddove perdi la vita guadagnerai l’immortalità. Si tratta di un messaggio morale e politico che Eufronio rappresentò in questo vaso nel VI secolo a.C. Dunque questo vaso è ricco di cultura, infatti uno vede le figure, ma non ne capisce più di tanto il significato, solo andando ad approfondire è possibile vedere la grandezza di questo pittore vascolare. La pittura di Eufronio è importante perché ha anche figure rosse, fu lui uno dei padri di queste figure, a cui poi gli etruschi s’ispirarono, anche quest’aspetto è fondamentale. Il valore di questo vaso non è solo politico, morale, sociale, ma anche pedagogico, poiché addita alle nuove generazioni modelli di vita da seguire. Tutte le arti, anche oggi, non sono arti asettiche, ossia rappresentano figure e basta, non sono meramente decorative, ma anche espressive, sia del contenuto rappresentato, sia della personalità e del modo di pensare dell’autore. Di fronte a ciò dobbiamo chiederci come mai l’arte attiri tanto, anche quella un po’ scabrosa o macabra, semplicemente perché l’arte parla.
Ecco. Come può parlare l’arte anche a noi oggi?
Qualcuno parla attraverso il colore e il pennello, dal cui movimento esce l’ispirazione. Dunque, quando ci troviamo davanti all’arte, dobbiamo confrontarci con il concetto di bellezza. L’adagio di Dostojevskij è ormai molto ripetuto, lo troviamo nel suo romanzo “L’Idiota”: “La bellezza salverà il mondo”. Se adesso veniamo alla realtà d’oggi, notiamo, purtroppo, che la bellezza non c’è più. Non vediamo più la bellezza come manifestazione nel Rinascimento, nel Romanticismo e nei primi anni del ‘900. Sembra che questi anni 2000 siano scabrosi anche su questo fronte, perché non emergono artisti tali, forse a motivo dell’informatizzazione o una minore attenzione del patrimonio che abbiamo ereditato dal passato, per cui non hanno più quel senso di continuità, ovvero necessità di prosecuzione poiché ogni epoca ha la sua propria espressione artistica.
Possiamo allora vedere questo dipinto che hai realizzato come recupero della bellezza antica, affinché sia riproposta in questo tempo caratterizzato da un’arte un po’ scabrosa?
Non direi arte scabrosa, poiché ogni epoca ha la propria espressione artistica. Se facciamo un piccolo riferimento all’impressionismo, questi artisti che facevano pennellate su tela sono stati degli innovatori. L’arte deve ispirarsi secondo l’epoca in cui si colloca, per cui giusto che anch’essa si evolva. Tuttavia il concetto di bellezza non cambierà mai, infatti chiunque fruisca dell’arte riceve bellezza. È il concetto di bellezza che fa riferimento a quello che sta dentro alla persona, vuoi nel ragionamento, vuoi nel cuore, perché l’arte suscita sentimenti. Se andiamo a vedere questi sentimenti, constateremo ammirazione e tanta altra positività, perché sono tutti sentimenti belli. Si può dire allora che bello e bene fanno inevitabilmente binomio. Il binomio fra bello e bene è ricreativo, infatti l’arte è catartica, come Aristotele diceva. Che vuol dire? Sia il produttore, sia il fruitore dell’arte si collocano su un’altra dimensione, una dimensione spirituale, no!? Una dimensione superiore a quella comune. In questo momento storico c’è tanto bisogno di bellezza, c’è bisogno di veder questi valori incarnati anche nelle opere artistiche e veramente vale la pena di ammirare le opere artistiche qui esposte. Anche nei piccoli oggetti realizzati con molta cura constatiamo una profonda sensibilità.
Certo. Per concludere. Abbiamo parlato, fra le altre cose, di ciò che il vaso d’Eufronio trasmette, cioè il dovere di difendere la patria dall’aggressore ingiusto. In questo tempo di guerre i nostri Papi hanno spesso ripreso questo concetto. Una volta, dopo che l’ISIS aveva conquistato anche parte dell’Iraq, oltre che la Siria, un giornalista fece una domanda a Papa Francesco di venerata memoria riguardo i fatti bellici di quei giorni. Il Santo Padre parlò della necessità di fermare l’aggressore ingiusto, non fargli la guerra, però fermarlo. Oggi Papa Leone parla di un necessario superamento della guerra giusta di cui il Catechismo della Chiesa Cattolica parla. Perché superamento? Il concetto di guerra giusta fu elaborato da Sant’Agostino nel tempo delle invasioni barbariche, stiamo nei primi secoli della vita della Chiesa, allora nessuno immaginava che l’uomo sarebbe giunto a produrre armi di distruzione tanto potenti quanto quelle di oggi. Dal momento che abbiamo visto l’industria bellica evolversi fino a questo punto c’è allora bisogno di questo superamento. Come possiamo coniugare queste riflessioni dei nostri Papi con il messaggio del vaso di Eufronio?
Ricordiamoci che viviamo in una comunità, che può essere più o meno grande e dove alcune persone curano certi aspetti sia sul piano materiale che su quello spirituale. Ci si colloca anche la scuola, il cui compito è educare le nuove generazioni a quella cultura che ci è sempre appartenuta e che dobbiamo ricevere come patrimonio del passato. Non solo, ma dobbiamo anche ricevere quella cultura in fieri, ossia una cultura che si sviluppa e deve proseguire a svilupparsi con il contributo dei ragazzi. Nella sua Civitas Dei, Sant’Agostino parla chiaramente di questo compito da assolvere nei confronti della comunità civile e anche cristiana. Per “comunità cristiana” s’intende una comunità con una serie di valori squisitamente umani, espressi in maniera incisiva nel tempo. Il discorso non vale solo per il Cristianesimo, bensì anche per le altre fedi. Tutte le religioni si riferiscono a valori universali, i grandi valori che debbono essere trasmessi dalla famiglia alla scuola. Fra i valori universali c’è quello della bellezza, perché il bello, il buono e il bene sono congiunti, a partire dalla stessa radice linguistica, che è la stessa. I ragazzi di oggi hanno bisogno di questi valori, per cui l’arte che li veicola, in tutte le sue forme, dovrebbe essere resa oggetti di una cura maggiore, più sapiente e più illuminata da parte della famiglia, dello Stato e così via. Oggi, purtroppo, la cultura dell’effimero, ci sta travolgendo e l’effimero è l’immediato, la superficie e laddove manca profondità, manca la ricerca del valore vero.
Platone disse una volta: «Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta dall’uomo».
Bravo. Effettivamente per Platone, la conoscenza veniva intesa come strumento attraverso cui l’uomo si eleva fino all’iperuranio, ossia quella zona paradisiaca dove si trovano questi grandi valori del bene, del bello e del buono. Per Platone, appunto, siamo un po’ come dei prigionieri rinchiusi in una caverna e, quando ne usciamo, troviamo un mondo che lascia senza fiato e certamente soprattutto pieni di ammirazione.
Grazie per esser stata con noi e per questa bella conversazione, speriamo di farne un’altra prossimamente.
Grazie a te.









