L’intervista al Presidente dell’Avis Ladispoli, Salvatore Vernata
di Giovanni Zucconi
Donare sangue è un gesto personale che produce un beneficio per tutta la comunità. Ma è un gesto legato alla disponibilità personale o, banalmente, al ricordarsi di farlo. Perché quel gesto possa ripetersi con regolarità e continuità, e non solo in modo estemporaneo, servono persone che promuovano e sostengano la donazione, e organizzino le raccolte. Serve quindi un’organizzazione dedicata. A Ladispoli, l’Avis fa questo da cinquant’anni. E lo fa grazie all’impegno di volontari che dedicano gratuitamente tempo ed energie a un servizio di cui ciascuno di noi, o un nostro familiare, potrebbe avere bisogno prima o poi.

L’associazione conta 500 donatori abituali e raccoglie circa 800 sacche di sangue l’anno. Un risultato importante, anche se, secondo il Presidente dell’Avis di Ladispoli, Salvatore Vernata, per rispondere al fabbisogno della città servirebbero almeno 1.600 sacche l’anno.
Abbiamo parlato di tutto questo, e di altro, con Salvatore Vernata, in occasione dei festeggiamenti per i 50 anni di vita dell’associazione. Nel suo racconto ci sono le difficoltà affrontate negli anni in cui non avevano una sede stabile, la tenacia delle persone che hanno guidato l’associazione e la soddisfazione di vedere la sala piena di donatori. Ma anche un problema che forse molti non immaginano: per aumentare le giornate di raccolta, e quindi il numero delle sacche da consegnare agli ospedali, bisogna trovare medici e infermieri disponibili. E questo, nell’Italia di oggi dove il personale medico scarseggia ovunque, non è sempre possibile.
Presidente, che significato ha per voi questo anniversario?
“È l’occasione per festeggiare cinquant’anni di attività e ringraziare i nostri donatori. Per la prima volta organizziamo la Festa del donatore, che negli anni scorsi non avevamo potuto realizzare perché le risorse erano limitate. Ci tenevo a dare un riconoscimento al loro impegno. Non potendo premiare tutti, abbiamo scelto chi ha effettuato il maggior numero di donazioni. È stata una scelta sofferta, perché siamo tanti e abbiamo dovuto lasciare fuori diverse persone”.

Da dove comincia la storia dell’Avis di Ladispoli?
“Comincia nel 1976 con Goffredo Scialanga, fondatore e primo presidente dell’associazione. Lo considero un pioniere, perché allora si parlava ancora poco di Avis e di donazione del sangue. Ci tenevo molto ad avere con noi i suoi familiari: saranno i figli a ricordare il papà durante la festa. Ci sarà anche la presidente onoraria Fiorella Fumini e, insieme a me, saranno così rappresentate tre generazioni di presidenti. Un modo per ritrovarci e ricordare da dove siamo partiti”.
Ho intervistato Fiorella Fumini quando era ancora Presidente: una vera macchina da guerra. Com’è stato lavorare al suo fianco?
“Ha una forza di volontà straordinaria. Tante volte io mi demoralizzavo, lei invece continuava ad andare avanti a testa bassa. È riuscita a ottenere questa sede meravigliosa, mettendo fine agli anni in cui dovevamo spostarci da una struttura all’altra per organizzare le raccolte. Oggi ha 93 anni ed è giusto celebrarla in questa occasione, ricordando quello che ha fatto per l’associazione”.
Che cosa è cambiato nel vostro lavoro con la nuova sede?
“Grazie all’amministrazione del Sindaco Grando abbiamo una sede funzionale, con cinque poltrone nella sala prelievi, una sala d’accoglienza e due sale mediche. Prima, quando organizzavamo le raccolte nelle diverse sedi della Salus, dovevamo trasportare le poltrone e allestire gli spazi ogni volta. Era un lavoro faticoso. Adesso apriamo la porta e troviamo tutto pronto. Per noi è un riconoscimento dei tanti sacrifici fatti, ma il beneficio è soprattutto per i cittadini, che hanno finalmente a disposizione una struttura adeguata dove venire a donare”.


Come avete affrontato gli anni senza una sede?
“Abbiamo potuto contare sulla disponibilità di Roberto Alabiso, della Salus, che per tanti anni ci ha ospitato nelle sue strutture senza chiederci nulla. Ci tengo a ricordare il suo aiuto. Inizialmente facevamo le raccolte alla Salus; quando non è stato più possibile, ci siamo spostati alla Ermes, in via Milano. L’autoemoteca, con appena tre posti, non era sufficiente per le nostre esigenze. È soprattutto grazie al suo sostegno che siamo riusciti a proseguire l’attività, in attesa della nuova sede”.
Che rapporto si è creato tra l’Avis e le persone che vengono da voi?
“Io l’ho sempre detto: l’Avis è una famiglia. Lo vedo nelle giornate di raccolta, quando i donatori si incontrano e si fermano a parlare tra loro. Si viene per donare, ma si vive anche un momento di incontro e di condivisione. Questa dimensione familiare è una delle cose più belle della nostra associazione. Avere una sede in città rende anche più semplice la donazione. Noi siamo convenzionati con l’ospedale Villa San Pietro: raggiungerlo e tornare a Ladispoli significa percorrere circa cento chilometri. Qui, invece, i cittadini hanno un riferimento vicino. E possono rivolgersi a noi anche quando un loro familiare è ricoverato e c’è una richiesta di sangue. In quei momenti può capitare di non sapere che cosa fare, anche perché non sempre i parenti sono idonei a donare. Noi possiamo offrire assistenza. Essere un punto di riferimento per queste famiglie è una parte importante del nostro lavoro”.

Come stanno andando le donazioni a Ladispoli?
“Oggi raccogliamo circa 800 sacche l’anno. Per raggiungere l’autosufficienza dovremmo arrivare a 1.600: siamo quindi alla metà di quanto sarebbe necessario. Stiamo lavorando per aumentare le donazioni, ma non è semplice. C’è anche un po’ di indifferenza con cui dobbiamo fare i conti”.
Riuscite a coinvolgere anche i più giovani?
“Sì, ma la loro partecipazione è ancora inferiore a quella che vorremmo. Se più giovani si avvicinassero alla donazione, i numeri sarebbero molto più alti. Qualche segnale positivo, però, lo vediamo: a ogni raccolta c’è qualche nuovo ragazzo che entra a far parte dei donatori. Cresciamo un po’ alla volta, e continuiamo a lavorare per coinvolgerli”.
Come finanziate la vostra attività?
“Noi volontari naturalmente non veniamo pagati. I medici e gli infermieri, invece, sono retribuiti. Ma di questo se ne occupa l’Avis intercomunale. Come associazione riceviamo un contributo per ogni sacca raccolta. Questo ci permette di pagare le utenze e di offrire le colazioni ai donatori. Le colazioni, l’hai potuto sperimentare anche tu, sono il nostro fiore all’occhiello. Passiamo dal dolce al salato, con la pizza con la mortadella e, la domenica, anche con la porchetta. Abbiamo cercato di accontentare tutti e vediamo che i donatori apprezzano”.


Che cosa vi occorre per organizzare più giornate di raccolta?
“Servono più medici e infermieri disponibili. Il loro lavoro è retribuito, ma trovare personale resta difficile. Per aumentare le giornate dobbiamo quindi confrontarci con l’Avis intercomunale e verificare se ci sono le risorse necessarie. Finora, fortunatamente, siamo riusciti a garantire tutti gli appuntamenti: da noi non è mai saltata una raccolta. Per questo voglio ringraziare il presidente dell’intercomunale Fulvio Viceré, che ci ha sempre sostenuto, assicurandoci la presenza di medici e infermieri”.
Mi diceva che quest’estate le raccolte non sono andate benissimo
“Quest’anno abbiamo avuto un calo nelle raccolte estive che dobbiamo ancora verificare con precisione, ma che potrebbe essere almeno del dieci per cento. Ha fatto molto caldo e diversi donatori non se la sentivano. Poi ci sono le vacanze. Io dico sempre: prima di partire, venite a donare. Però le partenze non sempre coincidono con le giornate di raccolta. Aumentarle potrebbe aiutarci anche a superare questo problema”.
Qual è il prossimo traguardo per l’Avis di Ladispoli?
“Vorremmo arrivare a mille sacche l’anno. Quest’anno non ce la faremo, ma continuiamo a lavorare per aumentare le donazioni e coinvolgere più cittadini. Con più medici e infermieri a disposizione potremmo organizzare altre giornate di raccolta. Da parte nostra la volontà c’è, speriamo che cresca anche la partecipazione. La soddisfazione più grande è vedere la sala piena di donatori: ci riempie di gioia e ci fa capire che il nostro impegno ha un risultato”.








