Si è spento nel sonno, a 89 anni, nella sua casa nello Utah, Robert Redford, l’attore e regista che ha segnato oltre sessant’anni di storia del cinema. Due volte premio Oscar, divo dal fascino magnetico e spirito ribelle, Redford ha saputo costruirsi una carriera unica, bilanciando l’enorme successo di pubblico con una profonda dedizione al cinema d’autore.
Da sempre in fuga dall’immagine di “bello e seducente”, all’apice della sua carriera d’attore scelse di passare dietro la macchina da presa e di fondare il Sundance Film Festival. Quella che agli inizi era un’iniziativa quasi pionieristica, creata per portare registi e giornalisti sulle montagne dello Utah, è diventata oggi una delle vetrine più importanti al mondo per il cinema indipendente.
Il volto di un’epoca: da “La Stangata” a “La mia Africa”
Nato a Santa Monica, in California, in una famiglia modesta, Redford non si è avvicinato subito alla recitazione. Studente mediocre e bravo giocatore di baseball, dopo una serie di delusioni e un periodo di depressione, si rifugiò in Europa, tra Parigi e Firenze, per studiare pittura. Fu solo grazie alla futura moglie, Lola, che scoprì la sua vera vocazione, iscrivendosi all’American Academy of Dramatic Arts a New York.
La sua carriera decollò a metà degli anni ’60, consolidando sodalizi artistici che hanno fatto la storia del cinema. Con l’amico Paul Newman, con cui condivideva una profonda “amicizia fraterna”, diede vita a capolavori come Butch Cassidy e La stangata. Con il regista Sydney Pollack realizzò film diversissimi tra loro, spaziando dal western Corvo rosso non avrai il mio scalpo al kolossal sentimentale La mia Africa, con l’iconica Meryl Streep.
Il suo volto è indissolubilmente legato a film che hanno segnato un’epoca, come Come eravamo, con Barbra Streisand, il thriller I tre giorni del Condor e il politico Tutti gli uomini del presidente, al fianco di Dustin Hoffman.
Regista, un’altra montagna da scalare
“La carriera da attore mi è sempre sembrata come salire una montagna, ma quando si arriva in cima che si fa?”. Con queste parole, Redford aveva ritirato il Leone alla carriera a Venezia nel 2017. E proprio questa filosofia lo portò a esplorare il mondo della regia. Il suo esordio, Gente comune, fu un trionfo, facendogli vincere un Oscar nel 1981.
Il suo impegno per l’arte e per il cinema d’autore gli valse un secondo Oscar, questa volta alla carriera, nel 2002. L’Italia, in particolare, ha avuto un impatto duraturo sulla sua vita: “A 18 anni vi ho trascorso un periodo particolarmente importante per me… Un’esperienza che ha avuto un grande impatto su di me”, aveva raccontato a Venezia.
Con la scomparsa di Robert Redford, il mondo del cinema perde uno dei suoi protagonisti più versatili e influenti. Un uomo che, pur potendo godere della sua bellezza e del successo, scelse di farsi pioniere e di scalare nuove vette, lasciando un’eredità che va ben oltre il grande schermo.












