Violenza giovanile: i segnali vanno riconosciuti prima della tragedia –
Di Linda Corsaletti, criminologa esperta in investigazione e profilazione criminale
Dalla rapina al minimarket di Cerveteri agli accoltellamenti di Ladispoli, fino alle gravi aggressioni avvenute a Roma, anche con il coinvolgimento di giovanissimi, la cronaca ci impone una riflessione che non può esaurirsi nell’indignazione del momento: stiamo intervenendo abbastanza presto per prevenire la violenza?

Come criminologa, ritengo necessario spostare l’attenzione dall’episodio finale al percorso che può precederlo. Non tutti i comportamenti problematici conducono alla criminalità, né è possibile prevedere con certezza chi commetterà un reato. Tuttavia, minacce reiterate, aggressività, intimidazioni, prevaricazioni e progressiva banalizzazione della sofferenza altrui sono segnali che, quando persistenti o in escalation, non possono essere liquidati come semplici bravate.
La prevenzione non deve cominciare quando una vittima finisce in ospedale. Deve cominciare prima, attraverso l’osservazione dei comportamenti, la valutazione dei fattori di rischio e interventi educativi tempestivi.
Un ruolo fondamentale spetta anche alla famiglia. Non tutte le condotte violente dipendono dall’educazione ricevuta, ma non possiamo ignorare l’importanza dei limiti, della coerenza educativa e della capacità di insegnare ai ragazzi a gestire la frustrazione. Amare un figlio non significa giustificarlo sempre, minimizzare le sue trasgressioni o attribuire sistematicamente agli altri la responsabilità delle sue azioni.
Un adolescente ha bisogno di essere compreso, ma anche responsabilizzato. La sua età richiede interventi adeguati, non l’assenza di conseguenze. Punizione e recupero non sono alternative: la risposta giudiziaria deve accompagnarsi, quando necessario, a percorsi educativi e di sostegno capaci di ridurre il rischio di recidiva.
Occorrono famiglie sostenute, scuole attente, servizi territoriali accessibili e istituzioni capaci di intervenire prima che le condotte problematiche diventino più gravi. Senza criminalizzare un’intera generazione, ma senza nemmeno normalizzare comportamenti pericolosi.
La domanda, quindi, non è soltanto come reagire alla violenza, ma quante occasioni abbiamo per riconoscerla prima che produca conseguenze irreversibili.
La prevenzione non consiste nel prevedere il prossimo colpevole. Consiste nell’intervenire sui segnali concreti di rischio prima che ci sia un’altra vittima.
Perché educare significa anche insegnare che la libertà individuale non autorizza a ferire gli altri e che ogni comportamento ha delle conseguenze. Aspettare la tragedia per accorgersi del problema non è prevenzione: è arrivare tardi.








