L’intervista al cerveterano Alfredo Frosi, che ci parla delle sue missioni per portare delle cure mediche nella zona più povera del Senegal
di Giovanni Zucconi
Madri in fila, bambini in braccio. Tanti grandi occhi pieni di fiducia che ti chiedono aiuto

Nelle zone più interne del Senegal, dove gli ospedali e i poliambulatori sono lontani, e curarsi costa spesso più di quanto una famiglia possa permettersi, una visita medica gratuita può fare la differenza tra continuare a vivere o morire. Alfredo Frosi, un nostro concittadino di Cerenova, ci ha raccontato delle sue due missioni sanitarie organizzate, con dei volontari suoi amici, nell’Africa più profonda e povera.
Ci ha parlato di centinaia di persone visitate. Di farmaci gratuiti, forniti anche grazie al lavoro disinteressato di un farmacista locale. Di casi gravi presi in carico e seguiti nel tempo. Ma oltre ai numeri, nelle parole di Frosi spiccano le immagini delle persone. Delle madri con i bambini in braccio. Degli occhi pieni di speranza di chi aspetta per ore in attesa di una visita che altrimenti non si potrebbe permettere.
Ma ci ha parlato anche della sofferenza di dover chiudere, a fine giornata, gli ambulatori sapendo che qualcuno resterà fuori. È una testimonianza toccante e diretta. Che ci ricorda quanto possa essere profonda, e spesso inimmaginabile, la distanza tra il nostro quotidiano e quello delle persone che vivono ai margini. Di quelle che hanno avuto la sfortuna di nascere nella parte sbagliata del mondo.
Signor Alfredo, ci racconti brevemente come nasce il vostro impegno in Africa
“Noi siamo un gruppo di amici nato circa quindici anni fa. Ci siamo chiamati Burkina Kamba, che significa “i ragazzi del Burkina”. Siamo partiti aiutando una signora africana che accoglieva bambini senza genitori. Da lì, in quindi anni, abbiamo lavorato tantissimo per fare crescere quell’orfanotrofio. Abbiamo costruito dei pozzi, i bagni e installato dei pannelli fotovoltaici. Abbiamo da allora sempre provveduto alle spese quotidiane. Stiamo parlando di almeno di 12.000 euro l’anno. Prima quei bambini mangiavano una volta al giorno, poi siamo riusciti a garantire colazione, pranzo, merenda e cena. Abbiamo anche un medico che ogni 15 giorni li visita. Insomma, non è stato un intervento spot, ma un lavoro continuo.”



Poi però in Burkina Faso il contesto è cambiato, e non era più sicuro per voi
“Sì. Dal 2019, con il colpo di Stato e la situazione legata anche ai jihadisti, per noi è diventato troppo difficile andare. C’era un rischio reale. Ma questo non significa abbandonare tutto. Continuiamo a sostenere l’orfanotrofio con eventi durante l’anno, perché i costi restano. Noi facciamo concerti, pranzi e iniziative varie per raccogliere i fondi necessari. Stiamo mantenendo quello che abbiamo costruito.”
Mi anticipava che in questi anni vi siete anche strutturati meglio
“Esatto. Siamo un gruppo nato dal basso, ma a un certo punto avevamo bisogno di una struttura più solida. Per questo ci siamo affiliati a “Bambini nel Deserto”. Restiamo autonomi nel nostro lavoro, però avere un riferimento organizzativo importante aiuta molto. Soprattutto quando devi gestire missioni complesse. Con fondi da spendere e con una parte sanitaria da organizzare.”
Arriviamo alle vostre attuali missioni in Senegal. Come nasce questo impegno?
“Nasce grazie a Lamine, un amico senegalese. Un giorno mi disse: “Perché non portate dei medici specialisti in Senegal? Nell’interno ce n’è un bisogno vero”. Prima sono andato io con mia moglie a vedere la situazione sul posto. Poi sono tornato, ne abbiamo parlato, e abbiamo deciso di partire con una missione medica strutturata. Abbiamo già completato due missioni. La prima con cinque specialisti medici, e la seconda con quattro.”
Ci può parlare di questo vostro amico Lamine? Sembra un personaggio chiave in queste missioni
“E lo è. Senza di lui non so se tutto quello che facciamo sarebbe possibile. Lui vive e lavora in Italia, ma la sua famiglia è rimasta in Senegal. Per noi Lamine è indispensabile. E colui che ci organizza tutto. Dal prenotare il nostro soggiorno nell’ostello di M’bour, al tenere i contatti con il farmacista del posto che gestisce tutta la parte di collegamento con gli ospedali locali. Ma gestisce anche i rapporti con le autorità locali e l’affitto del pulmino. Ci organizza tutto lui. Lui va in Senegal una volta l’anno per andare a trovare la sua famiglia, ma sta con me tutto il tempo. E lo fa senza ricevere nulla in cambio. Lo fa per il suo Paese e per il suo Popolo. Senza chiedere nulla. Solo una stretta di mano e un grande abbraccio.”




In quali aree del Senegal avete operato?
“Abbiamo operato nella cosiddetta “Brousse”. Che è una vasta zona rurale di savana e steppa secca che circondano i villaggi e le zone agricole.
Si trova all’interno del Senegal. È la zona più isolata. Tanta sabbia, con strade difficili da percorrere, vegetazione arida e, soprattutto, pochissimi servizi. Noi alloggiavamo a circa cento chilometri da Dakar. Ma poi ogni mattina facevamo oltre un’ora di percorso duro per arrivare nei villaggi. Si iniziava intorno alle dieci e si andava avanti a visitare e a curare fino alle sei di sera. Senza una sosta. Uno entrava e uno usciva.”
Quanti ne avete curati, complessivamente?
Nella prima missione, nel 2025, con cinque specialisti, siamo riusciti a curare circa 900 persone. Nel 2026, con uno specialista in meno, circa 600. Ma oltre alle visite e ai farmaci, abbiamo distribuito anche tanto vestiario ai bambini.”
900 persone curate sono tantissime. Perché avete scelto di operare proprio nei villaggi interni?
“Abbiamo scelto i villaggi più interni perché, avvicinandoti alle città, qualche ospedale o poliambulatorio si può trovare. E in un raggio di 15-30 chilometri molte persone riescono comunque a spostarsi. Con un carretto, una moto o una macchina. Nella brousse, invece, cambia tutto. Pesano la distanza, la mancanza di mezzi, la scarsa informazione sanitaria e soprattutto la povertà. Fare più di un’ora di pista all’andata e un’altra al ritorno, per tanti, è impossibile. E poi c’è il nodo decisivo: i soldi. Lì si paga tutto.”
In che senso?
“Nel senso letterale: lì si paga tutto. Si paga la visita dei medici, si pagano i farmaci, si paga l’ospedale. Se una famiglia non ha soldi, è costretta a rinviare le cure. E rinviare, in certi casi, significa far peggiorare la malattia. O, nei casi più gravi, morire.”




Come vi organizzate con le cure e, soprattutto con i farmaci? Li portate dall’Italia?
“Noi li visitiamo e, quando possibile, diamo subito la terapia. E consegniamo i farmaci. Ma i farmaci rappresentano per noi un grosso problema. Non possiamo portarci dietro tutto dall’Italia. Essenzialmente per limiti normativi e logistici. Nei bagagli puoi portare solo farmaci ad uso personale. Per questo lavoriamo in Senegal con il dottor Diop, che è farmacista. Una parte la prenotiamo prima, dall’Italia. Poi, sul posto, integriamo giorno per giorno in base ai bisogni emersi nelle visite.”
Immagino che la spesa per i farmaci sia rilevante
“Sì, perché i medicinali sono tanti. A fine missione la spesa sul posto è di circa 3.000 euro. Però in quel modo riusciamo ad avere ciò che serve davvero, nel momento in cui serve. E poi lì le medicine costano meno che da noi. E facciamo girare un po’ la loro economia.”
Come vi muovete quando vi imbattete in casi gravi?
“I casi più gravi li gestiamo insieme al nostro farmacista referente in Senegal. In ogni missione ne emergono quasi sempre cinque, sei o sette. Li segnaliamo subito, e lui li prende in carico uno per uno. Organizza rapidamente, negli ospedali o poliambulatori vicini, spesso entro 24-48 ore, gli accertamenti necessari: lastre, ecografie e altri esami. Poi porta tutta la documentazione ai medici, così possono valutare bene come procedere.
Se serve un intervento, anche quello viene eseguito nell’ospedale più vicino. Nella maggior parte dei casi sono operazioni non molto difficili, ma a volte capitano situazioni molto complesse. L’anno scorso, per esempio, c’è stata una bambina con un problema al cuore. Un intervento importante, costato tra 6.000 e 8.000 euro. In quel caso ci ha aiutato una signora italiana che aveva perso la nipotina per una patologia cardiaca. Ha deciso di coprire la spesa e ci ha detto che continuerà a sostenere anche eventuali casi particolari.
Noi non abbiamo risorse illimitate, quindi funziona così. Il referente ci aggiorna, ci dice quali cure servono e quali costi ci sono, e noi mandiamo i fondi necessari. In questo modo i pazienti più fragili non vengono lasciati soli dopo la prima visita.”




Il farmacista senegalese si fa pagare?
“Lui ci gira solo le fatture degli ospedali e delle medicine. Lui non prende nulla. Lo fa per amore del suo Paese e del suo Popolo.”
Perché non date direttamente i soldi alle famiglie?
“Perché in condizioni di povertà estrema, se dai soldi in mano, il rischio è che vengano usati per urgenze di sopravvivenza quotidiana, e la cura si interrompa. Così invece i soldi vanno direttamente alla prestazione sanitaria.”
Avete aiuti dalle autorità locali?
“Ci aiutano soprattutto con le necessarie autorizzazioni sanitarie. Poi, nel villaggio dove operiamo, il Comune ci ha messo a disposizione sei grandi stanze per le visite. Con più specialisti è indispensabile, anche per garantire un minimo di privacy a donne e bambini durante le visite. E sono sempre tanti quelli da visitare. Fuori ci sono sempre centinaia di persone che aspettano di essere curate.”
Riuscite a visitare tutti, oppure alla fine della giornata qualcuno resta comunque fuori?
“Qualcuno purtroppo resta sempre fuori. Ed è la parte più dolorosa della missione. Quando arriva l’ora di chiudere, vedere tante persone ancora in attesa è uno strazio. Io, che organizzo gran parte del lavoro, non riesco quasi mai a dirlo personalmente. Non ho il coraggio di comunicare loro che le visite sono finite. Quindi chiedo spesso a un collaboratore senegalese di avvisare che, soprattutto l’ultimo giorno, dobbiamo chiudere. Ma la verità è che fuori resta ancora gente. Fa male, però il tempo a disposizione è quello.”




Le va di raccontarci una storia che le è rimasta nel cuore, tra quelle vissute durante le missioni?
“Più che una singola storia, quello che ti resta addosso è la miseria vera. La vedi soprattutto in pediatria. Mia moglie, che nella vita fa la casalinga, quando siamo lì aiuta sempre la pediatra. E ti trovi davanti scene che non dimentichi. Per esempio, una ragazza giovanissima, 23-24 anni, con quattro figlie e già di nuovo incinta. Poi arrivano bambini scalzi, con la maglietta bucata. E allora non fai solo la visita. Cerchi di dare anche un po’ di vestiti, un po’ più di attenzione umana. Perché capisci che il bisogno non è solo medico.
Ma la cosa che ti colpisce più di tutto sono gli occhi: gli occhi dei bambini, e quelli delle madri mentre curi i loro figli. In quegli sguardi c’è fiducia totale, farebbero qualsiasi cosa pur di aiutarli.
Un episodio che non riesco a togliermi dalla testa è successo in Burkina Faso. Eravamo alla chiusura dell’ultimo giorno. La porta era quasi chiusa, e le mamme che spingevano i bambini verso l’ambulatorio per un’ultima visita. In mezzo a quella ressa ho visto un bimbo piccolo. Avrà avuto tre anni, nudo, con un problema gravissimo ai testicoli, gonfi in modo impressionante. L’ho preso comunque, anche se eravamo in chiusura. Era un caso serio. Ecco, è questo che ti resta. Quando finisce il tempo, ma fuori c’è ancora chi ha bisogno di cure.”
Immagino che il giorno peggiore sia l’ultimo. Quando dovete chiudere le porte definitivamente
“L’ultimo giorno è durissimo. Le madri cercano di farti vedere i bambini fino all’ultimo secondo, perché sanno che quella può essere un’occasione unica. In quel momento senti tutta l’impotenza: vorresti fermarti, ma il tempo è finito.”
Cosa prova tornando in Italia?
“Per i primi giorni faccio fatica a riadattarmi e a tollerare certe cose. Vedi quello che hai visto lì, poi torni qui e noti sprechi, lamentele su cose piccole, abitudini che prima magari non guardavi. È un impatto forte. Poi piano piano ti riadatti, ma quella differenza ti resta addosso.”




Alla fine di ogni missione, che cosa ti riporti a casa? Che cosa ti hanno regalato?
“Ti regalano tantissimo. E la verità è che sono loro a dare a te, non il contrario. Quando torni, torni pieno: di sguardi, di sorrisi, di quella calma che hanno anche nelle difficoltà più dure.
Non ti ringraziano con grandi parole, ma lo capisci da come ti guardano. Da come ti accolgono e da come ti trattano. In loro c’è un’umanità profonda. E quella umanità te la porti dietro. Ti fa sentire più umano anche a te. Perché, nel nostro mondo cosiddetto civile, spesso questa umanità l’abbiamo persa per strada.”
E insieme, però, resta anche un dolore
“Sì, resta amarezza. Perché capisci che tante sofferenze dipendono dal fatto di essere nati dalla parte sbagliata del mondo. Questa è la cosa che ti colpisce più forte.”
Se potesse, chi porterebbe via con lei quando ritorna da una missione?
“Tutti. Ma ho un debole enorme per i più piccoli. Sono straordinari. Hanno una forza, una semplicità, una capacità di reagire che ti lascia senza parole.”
Ci può anticipare il prossimo evento per sostenere il progetto?
“Il prossimo appuntamento sarà il nostro pranzo annuale, che facciamo per raccontare cosa abbiamo fatto e cosa faremo. La data è il 19 aprile, al Parco degli Angeli. L’idea è organizzare un pranzo senegalese con Lamine. Che gestisce in Italia un furgone per un fast food senegalese.”
















