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Ladispoli, la Corrado Melone incontra Sami Modiano

Ladispoli, la Corrado Melone incontra Sami Modiano

Il 24 gennaio 2022 abbiamo avuto l’opportunità di partecipare in diretta streaming su YouTube ad un’intervista a Sami Modiano. Migliaia di studenti in tutta Italia hanno
assistito a questo evento organizzato dalla Fondazione Museo della Shoah, che per renderlo ancora più inclusivo ha messo a disposizione 2 traduttrici LIS. Anche la nostra
scuola, la “Corrado Melone” ha potuto partecipare.

Chi è Sami Modiano?

Sami Modiano è un uomo di origini ebree. È nato a Rodi, nel Dodecaneso, ora in Grecia. Nel 1923 le isole erano colonie italiane dove furono attuate le leggi antisemite.
Nell’isola era presente una comunità di circa 4000 ebrei, molti dei quali furono cacciati o fuggirono per sottrarsi alle leggi razziali. La guerra colpì duramente l’arcipelago dopo
l’armistizio del 1943 quando le isole furono occupate dai tedeschi. Gli ebrei rimasti a Rodi – circa 2000 – furono deportati, trasferiti nel campo-prigione di Atene e
successivamente ad Auschwitz – Birkenau, dove è sopravvissuto solo l’8% di loro.

Sami passa la sua infanzia a Rodi, l’isola delle rose. È fiero della sua famiglia, che ritiene coesa e unita e si sente perfettamente integrato nella comunità ebraica che è come
una grande famiglia. A seguito dell’emanazione delle leggi razziali, il suo insegnante lo chiamò e, tristemente, gli comunicò che era stato espulso dalla scuola. Sia prima ad 8
anni che ora a 91, non riesce a capire per quale ragione fosse diverso dagli altri. Dopo l’armistizio tutto cambiò poiché non potevano lavorare e per sfamarsi dovevano vendere
i loro oggetti di valore. Il 18 luglio del ’44 fu presa la decisione di deportare gli ebrei.

Il viaggio è una parte molto importante della sua storia: ricevono l’ordine di prendere un fagotto contenente gli oggetti di valore e vengono trasportati in dei battelli
da bestiame. Uomini, donne, anziani e bambini venivano trattati come animali, avevano a disposizione solo 5 secchi d’acqua per più di 500 persone. Partirono senza neanche
sapere dove stessero andando. Dopo una settimana, arrivarono al Pireo dove una squadra tedesca mostrò subito la propria ferocia, aggredendoli e colpendoli con i manganelli.

Li caricarono su camion diretti in una caserma di transito e successivamente su treni, obbligandoli a stare tra le 60 e le 80 persone in un solo vagone, nei quali erano presenti
solo 4 finestrini. La cosa che colpì molto Sami fu un gesto di compassione di alcuni abitanti delle stazioni dove si fermavano che, durante le fermate, lanciavano della frutta
di stagione dentro ai vagoni. Il 16 agosto arrivarono in una stazione con filo spinato e recinzioni: era il campo di concentramento di Auschwitz – Birkenau, la “rampa della
morte”. Ricevettero subito l’ordine di dividersi in uomini e donne, e quasi tutti, tra cui il padre e la sorella di Sami, si rifiutarono di dividersi dai propri cari, per questo furono picchiati fino ad essere resi inermi. Furono costretti a denudarsi, radersi e indossare dei pigiami a righe. Ad ogni prigioniero venne tatuato sul braccio il proprio “numero
identificativo”: Sami e il padre avevano rispettivamente il numero B7456 e B7455.

Furono costretti a svolgere lavori faticosi per 12 ore al giorno senza sosta, dalle 6:00 alle 18:00. La vita nel campo di concentramento era durissima e molti presero la decisione di suicidarsi. Alcuni erano obbligati a trasportare i cadaveri dalle camere a gas, dove le persone venivano uccise in maniera atroce, fino al luogo dove poi i cadaveri sarebbero
stati bruciati. La notte, dopo aver mangiato un tozzo di pane, andava nella baracca numero 15, dove si trovava il padre. Cercava in tutti modi di incontrare la sorella
separata dai fili spinati e quando ci riuscì, lo fece solo per pochi minuti attraverso il filo spinato. Poi, non vedendola più, comprese che la sorella era morta. Quando lo disse al
padre, quest’ultimo decise di presentarsi in infermeria, una decisione che equivaleva ad andare incontro alla morte. Distrutto dalla morte del padre e della sorella, suoi unici
motivi di vita, si lasciò andare e rimase senza forze, fu quindi inserito nella lista di persone condannate a morire nelle camere a gas, ma per una serie di circostanze fortuite
riuscì a salvarsi. Fu in questa occasione che conobbe Piero Terracina – un altro sopravvissuto – con il quale strinse un profondo legame di amicizia proprio perché si trovavano in una situazione analoga e riuscivano a confidarsi e sostenersi l’un l’altro.

La preziosa testimonianza di Sami Modiano ci ha permesso di conoscere a fondo l’orrore della persecuzione, della deportazione e dello sterminio di milioni di persone fra
cui tanti ebrei che avevamo studiato sui libri. Le sue parole lucide e dettagliate ci hanno accompagnato sul treno in cui ha viaggiato e ci hanno condotto nel campo di Birkenau,
facendoci vedere con i suoi occhi la barbarie dei carnefici e la sofferenza delle vittime.

La sua commozione, mentre raccontava, ci ha toccati profondamente e sentiamo di aver ricevuto non solo un importante messaggio di pace e speranza, ma di avere anche una
grande responsabilità: fare in modo che quello che è accaduto non succeda mai più. “I miei occhi hanno visto cose orrende” ha detto Sami Modiano “e non voglio che i
vostri occhi vedano quello che hanno visto i miei”. Noi ringraziamo Sami Modiano perché ci ha aiutati a conoscere la Shoah, a riflettere e a ricordare e noi continueremo a
farlo per lui e per tutti gli uomini, le donne e i bambini innocenti che sono stati uccisi dalla follia dell’uomo.

Matteo Polignano, Amalia Hot Nog, Gaia Lecci classe III D

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