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Ladispoli, il 4 settembre torna Carlo Verdone

Carlo Verdone a 40 anni di distanza torna al «palo della morte»

Ladispoli, il 4 settembre torna Carlo Verdone-

«Non una sola, ma tre targhe!». Carlo Verdone, a 40 anni di distanza, torna al «palo della morte», a via Giovanni Conti, in zona Val Melaina e Vigne Nuove, dove venne girata la scena famosa del suo film «Un sacco bello», in cui il bullo Enzo si dà appuntamento con il timido Sergio (Renato Scarpa).

«È la mia opera prima – afferma l’attore al Corriere della Sera- e già esiste una targa, a via della Lungara angolo via Garibaldi, messa a terra, sui sampietrini: è il luogo esatto in cui Leo incontra Marisol. Ma non basta: il 4 settembre avverrà una celebrazione a Ladispoli, cittadina molto citata nel film, con un’altra targa messa alla fermata della corriera Roma-Ladispoli, per il ritorno di Leo. Bè, provo una grande gioia e ne sono ovviamente orgoglioso. Tre targhe per un film sono un record assoluto!». Un’opera prima diventata un cult, come molti altri suoi film. «Rappresenta un impatto con l’immaginario collettivo». Perché? «Il motivo è molto semplice. È l’immagine di una Roma che non esiste più: piena di poesia, di solitudine della periferia, una Roma vuota… un’umanità assolata e, per certi versi, desolata, però poetica».

Siamo alla fine degli anni Settanta. «Ho girato il film nel 1979. E devo ammettere che, mentre lo realizzavo, ero cosciente di filmare delle immagini che non si sarebbero più viste. Credo che tutti noi vorremmo rivivere emozioni che non proviamo più, soprattutto quelle di vivere in una città dignitosa, romantica». Immagini che non invecchiano mai? «Assolutamente sì. Quando guardo le foto Alinari, in bianco e nero o virate, mi batte il cuore, perché ritraggono gli scorci, i panorami di una Roma che non è più possibile trovare. Durante il lockdown per il Covid-19, sentivo dire che il virus ci aveva ridato una città a misura d’uomo. Niente di più sbagliato e ho detto no, non è vero! Quella era l’immagine di una città malata! Abitata da gente che si era rinchiusa in casa, come fosse stata invasa dal gas nervino. E non mi pareva una bella situazione. In “Un sacco bello” c’è la Roma vera di un tempo e, così come in molti altri miei film, c’è la sincerità del mio desiderio di rappresentarla. Di raccontarla non solo con una sceneggiatura da ragioniere, ma nelle tante piccole cose che fanno parte della vita. Un racconto genuino».

Lei ha vissuto questa Roma «genuina». «Da ragazzo l’ho vissuta con semplicità. Andavo dal fornaio, dal calzolaio, dal vetraio e da tanti altri piccoli artigiani… ascoltavo il loro discorsi, le loro battute, i ragionamenti sulle cose semplici, reali… e ne ero affascinato. Purtroppo tutto questo è finito, anzi, è cambiato in peggio». Cosa la disturba maggiormente? «È una città violata in tutti i sensi. Un esempio? Gli scarabocchi che sfregiano i muri. Non sopporto un simile oltraggio alla bellezza di Roma che non è New York, dove si può accettare un murales di protesta. Nella Città Eterna non è accettabile». Quindi impossibile girare, nuovamente, un film come «Un sacco bello»? «È irripetibile. I giovani che interpretavo a quel tempo non esistono più. Oggi i ragazzi sono tutti omologati, si vestono tutti uguali, taglio di capelli, cellulare… Io in quel film sono riuscito a rendere poetico un luogo che, all’epoca, era l’estrema periferia… Tutto finito».

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